{"id":2483,"date":"2024-08-22T10:22:32","date_gmt":"2024-08-22T08:22:32","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=2483"},"modified":"2024-08-24T09:41:35","modified_gmt":"2024-08-24T07:41:35","slug":"doppio-salto-modale-con-acrobazia-creativa-dave-holland-quintet-con-jumpin-in-ecm-1983","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2024\/08\/22\/doppio-salto-modale-con-acrobazia-creativa-dave-holland-quintet-con-jumpin-in-ecm-1983\/","title":{"rendered":"Doppio salto modale con acrobazia creativa: Dave Holland Quintet con \u00abJumpin\u2019 In\u00bb (ECM, 1983)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Dave Holland \u00e8 il musicista inglese che meglio ha saputo intercettare il jazz americano nella sua forma pi\u00f9 libera e sperimentale. Tutti conosciamo la sua storia: dopo la \u00abchiamata alle armi\u00bb da parte di Miles Davis, che lo volle nel suo organico al posto di Ron Carter, lasci\u00f2 la vecchia Albione e le sue serate al Ronnie Scott\u2019s Jazz Club di Londra per trasferirsi in USA, dove cominci\u00f2 una nuova vita artistica partecipando alla realizzazione di alcuni album epocali del trombettista. La lista sarebbe pi\u00f9 lunga, ma bastano \u00abFilles de Kilimanjaro\u00bb (1969), \u00abIn a Silent Way\u00bb (1969), \u00abBitches Brew\u00bb (1970) \u00abLive-Evil\u00bb (1971) e Water Babies (1976) contenente tracce inedite, fissate su nastro negli anni 1967\/68, a consegnare Holland agli annali della storia. Gi\u00e0 all\u2019epoca, il bassista di Wolverhampton possedeva una spiccata personalit\u00e0 compositiva e strumentale, legata ad una visione del jazz in continuo divenire, in parte maturata durante la collaborazione con lo Spontaneous Music Ensemble. L\u2019arrivo in America e la collaborazione con Davis ne forgi\u00f2 il carattere, facendogli guadagnare una nomea che gli consent\u00ec di dar vita ad una lunga ed articolata carriera solista e di divenire una delle punte d\u2019eccellenza dell\u2019ECM per oltre un trentennio. Dopo dopo aver formato i Circlee con Chick Corea, Barry Altschul e Anthony Braxton, nel 1972 il bassista diede alle stampe quello che, ancora oggi all\u2019unanimit\u00e0, viene considerato il suo album capolavoro come band-leader: \u00abConference Of The Birds\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nel 1970, Holland aveva iniziato ad alternare<\/strong> l\u2019uso dal tradizionale contrabbasso al basso elettrico (con frequente uso di wah-wah ed altri effetti elettronici) ampliando ulteriormente la sua gamma di possibilit\u00e0 espressive. Dopo aver lasciato l\u2019organico di Miles, tra le sue collaborazioni degli anni Settanta risultano di notevole interesse specie quelle in trio con con John Abercrombie e Jack DeJohnette. Non \u00e8 un caso, se una cospicua fetta dei pi\u00f9 accaniti sostenitori di Holland preferisca la discografia legata ai due suddetti sodali; per contro nel 1980 il bassista inizi\u00f2 formare una serie di quartetti e quintetti che hanno lasciato orme indelebili nella storia del jazz moderno. Nell\u2019ottobre del 1983, al Tonstudio Bauer di Ludwigsburg con la produzione di Manfred Eicher, Holland registr\u00f2 \u00abJumpin\u2019 In\u00bb, considerato uno degli album pi\u00f9 riusciti della sua lunga discografia. Accompagnato da Steve Coleman sassofono contralto e flauto, Kenny Wheeler tromba, tromba tascabile, cornetta e flicorno, Julian Priester trombone e Steve Ellington batteria, Holland suona basso e violoncello in un solido quintetto senza pianoforte che ne conferma le qualit\u00e0 come jazzista completo e compositore, avendo firmato tutti i brani eseguiti durante la sessione, tranne \u00abThe Dragon And The Samurai\u00bb, unica composizione scritta da Steve Coleman.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nel set vengono sviluppati una variet\u00e0 di umori,<\/strong> toni, colori e stili mentre i musicisti risultano particolarmente creativi ed affiatati nel interpretare e dilatare il costrutto sonoro del band-leader. L\u2019idea di dedicare \u00abrispettosamente\u00bb l\u2019album a Charles Mingus, come recitano le note di copertina, cre\u00f2 un\u2019aura magica in studio, quasi che i musicisti si sentissero osservati dal fantasma del genio di Nogales. Il disco si apre con la title-track, \u00abJumpin\u2019 In\u00bb, quasi otto minuti di sviluppo e sperimentazione in tempo reale, attraverso un post-bop energico, infarcito di blues e con qualche linea di febbre ornettiana. I tre ottoni partono quasi all\u2019unisono, quindi l\u2019assolo di trombone di Julian Priestley, mentre il giovane Steve Coleman dimostra di non avere pi\u00f9 i denti da latte e suona meglio di quanto non far\u00e0 in futuro, seguito da un Kenny Wheeler in grande spolvero, mentre dalla retroguardia il tandem ritmico Holland-Ellington traccia le linee guida con dinamismo e precisione. La sensibilit\u00e0 compositiva di Holland si rivela in tutta la sua magnificenza su \u00abFirst Snow\u00bb, composizione pi\u00f9 lenta ed estetica ma che ribadisce il talento di Holland come compositore, di cui beneficia il flicorno di Kenny Wheeler con un assolo da manuale, basato su mercuriale e sottile equilibrio tra delicatezza e penetrante evocazione, a cui sia aggiungono alcuni splendidi intermezzi in cui i tre fiati intrecciano le loro melodie. L\u2019inizio \u00e8 obliquo, quasi alla George Russell, anche se il tema ricorda vagamente la colonna sonora di un film alla James Bond. Holland intanto imbraccia il suo arco da guerra che apre la strada all\u2019assolo finale di batteria. La prima facciata dell\u2019album si chiude con \u00abThe Dragon And The Samurai\u00bb, a firma Coleman, una costrutto sonoro dignitoso, ma pi\u00f9 schematico e caratterizzato da una tavolozza di cromatismi pi\u00f9 rada rispetto ai brani scritti da Holland, ma che propizia alcuni scambi da parte dei tre fiati degni di nota e giocati lungo una strada pi\u00f9 accidentata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>La B-Side si apre con \u00abNew-One\u00bb<\/strong>, momento in cui, soprattutto Priester ha la possibilit\u00e0 di brillare, nonostante gli assoli dei singoli mantengano alto il livello dell\u2019esecuzione, sostenuti sempre da un\u2019immarcescibile sezione ritmica. \u00abSunrise\u00bb, che dimostra quanto Holland fosse sensibile ad altri stimoli musicali al di fuori del perimetro jazzistico, segna un cambio di mood magnificato dalla prima linea dei fiati e, mentre Coleman passa al flauto, Holland inizia a maneggiare l\u2019arco, sviluppando un\u2019atmosfera non dissimile a \u00abConference Of The Birds\u00bb. \u00abShadow Dance\u00bb si sostanzia attraverso una narrazione cinematografica a meta strada tra una spy story ed un melodramma italiano. L\u2019album viene suggellato da \u00abYou I Love\u00bb eseguita con un tono quasi ironico come se fosse un capriccio, dove i trombettisti mettono sul tavolo le loro carte migliori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>\u00abJumpin\u2019 In\u00bb \u00e8 un catalogo di emozioni in continua crescita<\/strong>, attraverso il quale si pu\u00f2 osservare l\u2019evoluzione di un artista nella sua migliore condizione esecutiva e compositiva. Fin prime battute, si intuisce che Dave Holland sia un passo avanti, non solo rispetto a tanti altri bassisti jazz, ma anche rispetto a molti autori di quel periodo, avendo la capacit\u00e0 di aggiungere costantemente elementi nuovi alla sua musica. In assenza di un pianoforte o di uno strumento accordale dominante, questa sessione richiedeva al quintetto capacit\u00e0 non comuni per riuscire nell\u2019impresa. Come un raffinato disegno stilizzato, ogni scena non ha un confine definito, ma \u00e8 piuttosto coerente con il totale dell\u2019immagine. Holland aveva avuto sempre avuto un debole per i trombonisti, e l\u2019inclusione di Julian Priester, in tal senso, fu un colpo da maestro. Il batterista Steve Ellington ed il giovane Steve Coleman al contralto e al flauto completarono un potente quadro improvvisativo illuminato dalla tromba a volte obliqua e laterale di Kenny Wheeler.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"640\" height=\"626\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/hollandz.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-2488\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/hollandz.webp 640w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/hollandz-300x293.webp 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px\" \/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Dave Holland \u00e8 il musicista inglese che meglio ha&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":2487,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[9,26,18,2,3,6,23,8,13],"tags":[],"class_list":["post-2483","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-editoriale","category-fusion","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-ristampa-vinile","category-storia-del-jazz","category-world-music"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/HollandXe.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2483","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2483"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2483\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6960,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2483\/revisions\/6960"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2487"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2483"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2483"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2483"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}