{"id":2456,"date":"2023-08-21T21:16:05","date_gmt":"2023-08-21T19:16:05","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=2456"},"modified":"2024-01-29T02:05:52","modified_gmt":"2024-01-29T01:05:52","slug":"laltro-wayne-shorter-con-schizophrenia-1967-blue-note","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2023\/08\/21\/laltro-wayne-shorter-con-schizophrenia-1967-blue-note\/","title":{"rendered":"L&#8217;altro Wayne Shorter con \u00abSchizophrenia\u00bb, 1967 (Blue Note)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong><em>Wayne Shorter \u00e8 stato nel corso dell\u2019evoluzione del jazz moderno un fenomeno unico. Egli   possedeva l\u2019innata tempra del compositore, raramente nei suoi dischi fondamentali ha usato degli standard o materiale composto da terzi, a meno che quel brano non avesse un particolare significato e non si sposasse, per affinit\u00e0 elettiva, al concept sviluppato in quel dato momento.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>La sua preparazione gli consent\u00ec facilmente di andare oltre<\/strong> ed imporsi con grande personalit\u00e0, definendo presto i tratti ben precisi di uno stile Wayne Shorter. Ultima considerazione, ma non meno importante, \u00e8 che Wayne Shorter riusc\u00ec ad evolversi in maniera naturale, senza snaturarsi o svendersi, non solo seguendo o adattandosi, ma dominando e modellando le nuove tendenze dal jazz da protagonista o inter pares. Dal free jazz alle contaminazioni fusion, rest\u00f2 sempre un indiscusso protagonista nell\u2019attualit\u00e0 della musica e non solo un vecchio superstite di un\u2019epoca leggendaria, intento a rinverdire i fasti di un passato glorioso, come molti della sua generazione fecero. Dopo aver trascorso quattro anni con i Jazz Messengers di Art Blakey, dal 1959 al 1963, dove divenne il direttore musicale, nel 1964 Shorter si un\u00ec al secondo quintetto storico di Miles Davis, rimanendo con lui fino al 1970.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Durante il periodo passato al soldo di Miles<\/strong>, Shorter registr\u00f2 una serie di album per la Blue Note, alcuni dei quali sono delle pietre miliari scolpite nella storia: \u00abSpeak No Evil\u00bb, \u00abJuJu\u00bb, \u00abAdam\u2019s Apple\u00bb. L\u2019arrivo di \u00abSchizophrenia\u00bb, eccellente excursus sonoro, mostra la bivalenza e le due facce della creativit\u00e0 di Wayne: da una parte talune composizioni pi\u00f9 regolari e canoniche, anche se innovative; dall\u2019altra la sua vena di sperimentatore ed esploratore, interessato maggiormente alla conquista dei domini free-form e post-bop. Il sassofonista era all\u2019apice della sua potenza creativa quando, nella primavera del 1967, registr\u00f2 \u00abSchizophrenia\u00bb, assemblando un sestetto che comprendeva due dei suoi compagni nel gruppo di Miles Davis: il pianista Herbie Hancock e il bassista Ron Carter, insieme al trombonista Curtis Fuller, l\u2019alto sassofonista e flautista James Spaulding ed il batterista Joe Chambers.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Shorter mise in piedi un line-up in grado di trasmettere<\/strong> la sua \u00abschizofrenia\u00bb musicale, merito di strumentisti in grado di suonare secondo canoni e regole tradizionali, ma anche di allargare i limiti spazio-temporali del jazz. Nel pieno delle proprie capacit\u00e0 espressive, ciascuno di essi lo fa magnificamente nella traccia di apertura dell\u2019album, \u00abTom Thumb\u00bb. Il ritmo e il tema della composizione risultano alquanto chiari, ma l\u2019interazione musicale e gli assoli producono risultati imprevedibili: siamo in un momento di forte contagio \u00abcoltraniano\u00bb e la strada dell\u2019imprevedibile diventa il terreno battuto da questo ensemble che procede a colpi di post-bop tagliente. \u00abGo\u00bb \u00e8 una ballata, dall\u2019atmosfera arcana, che riporta alla mente il clima immaginifico di \u00abSpeak No Evil\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>L\u2019inizio, affidato al piano e al flauto, risulta alquanto ipnotico<\/strong>, sviluppandosi sotto gli influssi di un\u2019aura quasi maliarda. Le composizioni di Shorter, cos\u00ec come il contributo solitario di Spaulding, con \u00abKryptonite\u00bb propongono temi forti e conducono in un territorio inesplorato, lanciando costantemente il guanto di sfida ai musicisti e sottoponendo l\u2019ascoltatore ad una fuga oltre il limite dell\u2019immaginario jazzistico. Non siamo ancora off limits: il racconto sonoro avviene con precisione calcolata e nel rispetto delle regole melodico-armoniche. La title-track \u00abSchizophrenia\u00bb presidia un\u2019ideale linea maginot, situata tra post-bop e free jazz, ma lo fa con una robusta armatura hard bop, pur essendo consapevole di ci\u00f2 che andava sviluppandosi e consumandosi oltre la linea di confine. Nel giro di pochi anni, lo stesso Shorter avrebbe oltrepassato quella linea, ma gi\u00e0 \u00abSchizophrenia\u00bb aveva aperto un varco ed abbattuto alcuni steccati: presto anime diverse si sarebbero mescolate irrimediabilmente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Wayne Shorter fu assai determinante <\/strong>per il mondo del jazz moderno a partire dal 1960, come messo in risalto nella biografia del sassofonista: \u00ab<em>Anche se alcuni discuteranno se il principale impatto di Wayne Shorter sul jazz sia stato come compositore o sassofonista, quasi nessuno contester\u00e0 la sua importanza complessiva come una delle figure di spicco in un lungo lasso di tempo. Sebbene in gran parte dovuto a John Coltrane, con cui aveva praticato a met\u00e0 degli anni \u201950 mentre era ancora uno studente universitario, Shorter alla fine ha sviluppato il suo modulo espressivo e la sua sintesi personale sul sax tenore, mantenendo la qualit\u00e0 e l\u2019intensit\u00e0 del tono duro, ma aggiungendo, negli anni successivi, un elemento di funk. Alle prese con il sax soprano Shorter dimostra di essere un musicista completamente diverso, il suo tono adorabile vola leggero come una piuma, la sua sensibilit\u00e0 \u00e8 in sintonia con i pensieri lirici, la scelta di note e temi da sviluppare diventa sempre pi\u00f9 equilibrata, mentre la sua carriera si dispiega. L\u2019influenza di Shorter come musicista, sull\u2019onda lunga dei successi degli anni \u201960 e \u201970, \u00e8 stata straordinaria sulla ciurma neo-bop emersa all\u2019inizio degli anni \u201980, in particolare su Branford Marsalis. In qualit\u00e0 di compositore, \u00e8 noto per i numerosi brani attentamente elaborati, complessi, lunghi e sinuosi, molti di quali sono diventati standard per il jazz. Pochi sono stati in grado di imitarlo<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Ad esempio \u00abPlayground\u00bb, \u00e8 un brano che elargisce nozioni brevi <\/strong>di ci\u00f2 il free jazz pu\u00f2 o potrebbe essere: una composizione complessa e imprevedibile, che non dimostra solo quanto talento questo gruppo potesse esprimere, ma anche un divorante e complice desiderio di evidenziarlo, misurandosi su temi diversi e pi\u00f9 innovativi. Gli assoli corposi e vibranti di Shorter si abbinano a turno a quelli di Fuller e Spaulding, mentre la sezione ritmica, oltrepassa il guado ed entra nel territorio dell\u2019avanguardia per una razzia: Hancock, Carter e Chambers sembra che abbiano passato pi\u00f9 tempo della loro vita suonando fuori dagli schemi e dagli standard dal jazz moderno, che non a presidiarne i confini. \u00abMiyako\u00bb si dipana lenta e lunare tra perfette e comprensibili melodie di apertura e chiusura con un sapore post bop, quasi fusion ante-litteram, dallo spirito vagamente libero, ma con quella componente soul che ha sempre caratterizzato gran parte del suono classico della Blue Note.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Ascoltandolo accuratamente in retrospettiva<\/strong>, \u00abSchizophrenia\u00bb non suona tipo un \u00abaltrove\u00bb, un \u00abfuori dal seminato\u00bb o un \u00aboltre il recinto\u00bb, come potrebbero aver creduto gli ascoltatori, condizionati da certa critica, quando fu pubblicato nel 1967, ma si qualifica come il lavoro di un maestro di cerimonie all\u2019apice dei suoi poteri creativi, sia in veste di esecutore che di compositore, con la complicit\u00e0 di un manipolo di talentuosi musicisti dalla mentalit\u00e0 affine, entusiasti di imbarcarsi su questo volo verso il futuro. \u00abSchizophrenia\u00bb \u00e8 un classico sottovalutato e trascurato relativo alle registrazioni di Shorter del primo periodo come band-leader; per nulla complicato, bastano due attenti ascolti per penetrarne l\u2019humus creativo e l\u2019impianto sonoro, mentre lo spirito di John Coltrane sorvola l\u2019ambiente circostante con ghigno beffardo e divertito.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/shorter5-1024x1024.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-2459\"\/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Wayne Shorter \u00e8 stato nel corso dell\u2019evoluzione del jazz moderno un fenomeno unico. Egli possedeva&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":2457,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,29,9,26,2,3,6,23,1,8],"tags":[],"class_list":["post-2456","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-bebop","category-cultura","category-editoriale","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-ristampa-vinile","category-spettacoli","category-storia-del-jazz"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/shorter2.webp","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2456","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2456"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2456\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4425,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2456\/revisions\/4425"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2457"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2456"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2456"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2456"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}