{"id":241,"date":"2022-10-24T20:37:26","date_gmt":"2022-10-24T18:37:26","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=241"},"modified":"2025-09-03T00:42:54","modified_gmt":"2025-09-02T22:42:54","slug":"ntervista-a-gianni-morelenbaum-gualberto-lo-studioso-chiarisce-alcuni-punti-oscuri-su-jazz-e-dintorni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2022\/10\/24\/ntervista-a-gianni-morelenbaum-gualberto-lo-studioso-chiarisce-alcuni-punti-oscuri-su-jazz-e-dintorni\/","title":{"rendered":"Intervista a Gianni Morelenbaum Gualberto. Lo studioso chiarisce alcuni punti oscuri su jazz e dintorni"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Ho intervistato Gianni Morelenbaum Gualberto, studioso, direttore artistico e musicologo, personaggio dalla verve creativa straripante e dalle capacit\u00e0 narrative non convenzionali; non meno dotato di una perforante vis polemica, mai fine a se stessa, per\u00f2. L\u2019ampia conoscenza GMG dei fenomeni trattati e delle problematiche analizzate nell\u2019intervista, consente di illuminare alcune zone d\u2019ombra e diradare taluni luoghi comunini che da sempre offuscano l\u2019universo jazz e dintorni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Oggigiorno il jazz \u00e8 considerato patrimonio dell\u2019umanit\u00e0 in genere, senza barriere di lingua e di razza e senza una cittadinanza artistica particolarmente identificabile. Quali sono secondo te le aree del mondo, USA a parte, pi\u00f9 attive in ambito jazzistico nell\u2019accezione pi\u00f9 larga del termine e quali artisti ritieni debbano essere portati all\u2019attenzione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Difficile rispondere, essenzialmente per la ramificazione che il jazz ha avuto e che ci porta a riconsiderare anche il portato del termine. Se il jazz \u00e8 caratterizzato dalla sua appartenenza e del suo \u201cancoraggio\u201d ad alcune costanti storiche, estetiche e persino etiche e spirituali della tradizione culturale africano-americana, numerosi \u201cderivati\u201d del jazz che rispondono maggiormente a un contesto di nascita estraneo ad essa potrebbero rappresentare solo degli epifenomeni non determinanti. La complessit\u00e0 della vasta tradizione culturale africano-americana impedisce spesso e volentieri di attribuire identit\u00e0 certe a sue plausibili diramazioni: d\u2019altronde, proprio il jazz ha anticipato, con la coscienza della propria formazione ed esistenza creolizzate e il suo stretto rapporto con il sistema di comunicazioni di massa, l\u2019accentuata fluidit\u00e0 della nostra identit\u00e0 culturale, esposta quotidianamente a informazioni e sollecitazione destinate a modificare radicalmente anche tradizioni estremamente consolidate. Detto questo, mi ha sempre stupito, ad esempio, la scarsa conoscenza che in Europa si ha della realt\u00e0 musicale giapponese, in cui il jazz ha avuto a lungo, e per certi versi continua ad avere, un ruolo estremamente forte dal Secondo dopoguerra e con risultati vasti quanto eccellenti, che sarebbe obbligatorio frequentare. Sicuramente, l\u2019America Latina \u00e8 un\u2019altra area in cui le ramificazioni delle tradizioni di origini africane hanno aperto e continuano ad aprire nuove strade di notevole interesse. D\u2019altronde, le culture seguono anche i flussi economici e le loro risultanze politiche: i grandi centri di produzione di cultura contemporanea oggi si sono spostati pressoch\u00e9 del tutto dall\u2019Europa verso le Americhe e l\u2019Asia, lasciando dietro di s\u00e9 un continente in cui, salvo la scena inglese, meticciata ed estremamente vivace, si \u00e8 pi\u00f9 preoccupati della conservazione e del recupero e del mantenimento dei valori identitari. Un processo del tutto centripeto ed isolazionista, che rischia di tagliare fuori ancora di pi\u00f9 realt\u00e0 in costante ritardo storico e culturale come quella italiana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Pensi che per poter parlare di jazz, il costrutto sonoro debba attenersi ad alcuni assunti basilari, visto che negli ultimi anni, il termine jazz viene attribuito a fenomeni spesso indecifrabili musicalmente e strumentalmente. Forse troppo spesso la parola jazz \u00e8 usata a fini di catalogazione, quando non si riesce a trovare una differente collocazione per certi prodotti o linguaggi sonori di sintesi, quindi si preferisce parlare di contemporary-jazz, nu-jazz, electronic-jazz, etno-jazz e via discorrendo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. In parte ce lo siamo detti gi\u00e0 nella domanda precedente. Il jazz \u00e8 una forma d\u2019arte identitariamente forte, ma la cui forza si basa su di un territorio comune formatosi nei secoli in cui tale forza identitaria negozia costantemente la propria esistenza originaria con il dinamismo dei processi diasporici. Tale dialettica fra tradizione, adattamento e innovazione crea confini che sono ben definiti da un lato, estremamente permeabili dall\u2019altro, e l\u2019industria culturale ne approfitta per inserirvi prodotti ambigui o puramente effimeri, ponendoli al riparo di un\u2019\u201detichetta\u201d ormai consolidata e notoriamente \u201cantropofaga\u201d, con una tradizionale capacit\u00e0 d\u2019elaborazione di materiali esogeni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. A tal proposito ti chiedo, se sia mai veramente esistita una \u201cterza via\u201d o se sia davvero praticabile. In tal caso, un\u2019ipotetica \u201cthird stream\u201d quali requisiti dovrebbe possedere per essere considerata tale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. La Third Stream in quanto tale \u00e8 certamente esistita e ancora oggi esiste, anzi direi che si \u00e8 estesa. Solo che in un ambito cos\u00ec dinamico quale \u00e8 il jazz (come tutta la tradizione africano-americana) nei suoi rapporti con ogni \u201caltro\u201d, era difficile recepire un sincretismo letteralmente nato a tavolino e in laboratorio, perci\u00f2 non esposto alla sperimentazione quotidiana e all\u2019alterazione vernacolare dovuta alla frequentazione. Vi era perci\u00f2 un che di asettico nei primi lavori di tale corrente, un tratto che era addirittura meno avvertibile in taluni contributi accademici, come&nbsp;<em>All Set<\/em>&nbsp;di Milton Babbit, un piccolo capolavoro presentato al noto concerto organizzato presso la Brandeis University, o come un sottovalutato lavoro di Harold Shapero,&nbsp;<em>On<\/em>&nbsp;<em>Green Mountain<\/em>&nbsp;<em>for Jazz Ensemble<\/em>. Le generazioni successive di compositori, sia accademici che non, hanno abbandonato l\u2019intenzionalit\u00e0 dell\u2019esperimento e lo hanno vissuto con ben maggiore naturalezza, grazie anche a una frequentazione di culture, tradizioni, materiali extra-accademici che da noi, ad esempio, \u00e8 assai pi\u00f9 rara e assai meno dinamica e sofisticata. Oggi una parte non trascurabile della musica accademica americana \u00e8 profondamente meticciata e adotta non poco anche del vocabolario fonico del cosiddetto jazz. Autori come Michael Torke, Caroline Shaw, John Adams, Marc Mellits, Christopher Cerrone, Du Yun, Raven Chacon, Nico Muhly, David T. Little, Ted Hearne, Derek Bermel e molti altri ancora frequentano con naturalezza una molteplicit\u00e0 di linguaggi, adottando il criterio fagocitante e rielaborativo della tradizione africano-americana. Non vi \u00e8 pi\u00f9 bisogno dell\u2019elaborazione artefatta e barocca della Third Stream, oggi certi procedimenti fanno parte del linguaggio quotidiano, lo stesso vale per molti autori africano-americani, da David Sanford a Wynton Marsalis o Tyshawn Sorey o George Lewis, pur ognuno con la propria specificit\u00e0 nei confronti della tradizione africano-americana.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. A tuo avviso, quello che noi chiamiamo free-jazz, \u00e8 un fenomeno geolocalizzato nel tempo, quindi limitato ad un periodo ben preciso, che potrebbe andare dai primi turbamenti armolodici di Ornette, ed in Italia in particolare, fino a taluni sussulti antagonisti degli anni Settanta. Che cosa resta nel jazz contemporaneo di questa esperienza e soprattutto quando, dove e come, oggigiorno, possiamo parlare di avanguardia jazzistica in maniera concreta e non come puro espediente giornalistico.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Il free-jazz \u00e8 stato un movimento meno iconoclasta di come \u00e8 stato descritto o avvertito da alcuni, soprattutto non ha voltato le spalle alla sua tradizione, tutt\u2019altro. Ingannati da certe posizioni minoritarie e ambigue come quelle di Amiri Baraka o da testi flebili e scarsamente credibili come \u201cFree Jazz\/Black Power\u201d di Philippe Carles (e Jean-Louis Comolli), abbiamo interpretato il substrato politico del free come l\u2019espressione culturalmente pi\u00f9 ampia di un processo di decolonizzazione, iniziato ufficialmente con la cessazione della Segregazione e condotto all\u2019insegna dell\u2019internazionalismo leninista e di studiosi\/attivisti come Frantz Fanon. In realt\u00e0, gi\u00e0 lavori significativi di Archie Shepp, da \u201cThe Way Ahead\u201d a \u201cAttica Blues\u201d, o di Albert Ayler o, successivamente, di Noah Howard o Byard Lancaster o Marion Brown e molti altri, indicavano un altro percorso, una nuova tappa nella rilettura e nell\u2019aggiornamento della tradizione africano-americana che certamente possedeva una profonda, radicale impronta politica e protestataria ma senza avere intenzioni eversive o rivoluzionarie: la richiesta che arrivava dal basso dei ghetti era di non essere pi\u00f9 tagliati fuori dall\u2019American Dream, di essere cittadini americani integralmente e a pieno titolo. Il che non \u00e8 ancora avvenuto, peraltro, e il free-jazz \u00e8 stato assorbito nel mainstream, lasciando alla libera improvvisazione, soprattutto europea, il compito di svolgere un ruolo che oggi \u00e8 troppo disarticolato, velleitario e inespressivo per poter impensierire chicchessia. Certamente, il periodo che noi possiamo identificare come legato al free Jazz, dai primi anni Sessanta fino ai primissimi anni Settanta, ha lasciato comunque testimonianze di grande rilievo: dal patrimonio compositivo visionario, transculturale eppure squisitamente melodico di Ornette Coleman all\u2019articolazione, linguistica tecnica e spirituale, di una mistica profondamente meticciata come quella definita da Coltrane. Per non parlare delle ramificazioni attraverso le quali il free ha fecondato numerose manifestazioni del pensiero musicale popolare africano-americano, dalla psichedelia all\u2019Afro-futurismo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. In Italia il free-jazz e gli artisti innovativi hanno sempre trovato (trovano ancora) un terreno poco fertile e un\u2019 accoglienza tiepida, se non ostica, da parte dei media e della stampa specializzata. Molti riconoscimenti sono stati tardivi, perfino nei confronti dell\u2019ultimo Coltrane, quello pi\u00f9 sperimentale ed inquieto, su cui ex-post sono stati invece riversati fiumi d\u2019inchiostro. Il giorno della morte di Pharoah Sanders, tra i tanti interventi che ho letto sul web, il tuo mi \u00e8 sembrato il pi\u00f9 autentico e calzante. Per il resto, solo qualche brutto coccodrillo frutto di un bagaglio culturale da sussidiario della quarta elementare. Mi viene in mente ci\u00f2 che scriveva Enrico Cogno negli Settanta: ma chi sono i critici jazz in Italia, quelli che la sera prima vanno al Cantagiro?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Il giornalismo musicale italiano \u00e8 sempre stato culturalmente e professionalmente fragile, fatte salve alcune eccezioni. Lo \u00e8 stato per\u00f2 non solo in ambito \u201cjazzistico\u201d, in cui oggi vige una musicologia in gran parte superficiale, infantile e addirittura inventata per soddisfare personalismi o crisi d\u2019identit\u00e0, ma pure nel contesto accademico, lasciando perdere altri campi in cui, pur sempre con le dovute eccezioni, il basso livello di analisi \u00e8 imbarazzante, provinciale e tristemente affabulatorio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Ritieni che esista una differenza sostanziale tra l\u2019hot-bop della costa orientale ed il jazz semifreddo della West Cost?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Differenze non solo musicali fra East Coast e West Coast vi sono sempre state, sono contesti estremamente diversi fra di loro sotto qualsiasi profilo. In realt\u00e0, la West Coast vanta un\u2019estetica peculiare e non solo nel jazz, se non altro perch\u00e9 costituisce un\u2019entit\u00e0 segnata non solo dalla prossimit\u00e0 con le culture latine centroamericane quanto dall\u2019estesa influenza asiatica, sia per l\u2019affacciarsi sul Pacifico, sia per la tradizionale presenza sul territorio di una consistente comunit\u00e0 cinese (e non solo) sin dalla met\u00e0 dell\u2019Ottocento almeno. Contesti climatici, dinamiche interraziali, la vicinanza degli studi cinematografici hollywoodiani con la loro prevalenza della pagina scritta e orchestrata hanno modificato anche la musica improvvisata, in cui sono parsi emergere soprattutto i solisti bianchi. I\u2019m realt\u00e0, il post-bop californiano \u00e8 stato estremamente ricco e ancora oggi, con la scelta di una rilettura fortemente melodica, spirituale e pacifista del coltranismo, mantiene una interessante, quanto non sempre capita, personalit\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Ti faccio i nomi di tre storiche etichette: Blue Note, Impulse! e Verve. Pur con le loro peculiarit\u00e0, quali ritieni essere la pi\u00f9 rappresentativa nell\u2019ambito della storia del jazz moderno?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Generazionalmente parlando indicherei una prevalenza della personalit\u00e0 della Impulse!, cui dobbiamo una capacit\u00e0 di lettura del fenomeno improvvisativo africano-americano nelle ultime decadi del secolo Ventesimo non di rado poeticamente ed esteticamente visionaria. Allo stesso tempo, sotto un profilo di contributo a una \u201csistematizzazione\u201d storica dell\u2019improvvisazione africano-americana, sia nel suo rapporto con la tradizione che con una marcata serie d\u2019innovazioni linguistiche, non posso non indicare il peso esercitato in modo imponente dalla Blue Note. La Verve sicuramente non \u00e8 stata da meno, ma maggiore \u00e8 stata la sua inclinazione per una ridefinita testimonianza del linguaggio cosiddetto \u201cmainstream\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Secondo te, perch\u00e9 in Italia non c\u2019\u00e8 e non c\u2019\u00e8 mai stato un vero \u201cmovimento\u201d jazz, mentre sin dalle origini, superato il concetto di jazz come idea di ballo collettivo, musicisti e organizzazioni a latere, stampa ed editoria, critici e produttori si sono sempre mossi come le macchinine sulla pista di un autoscontro, operando in contrapposizione e tentando differenti vie di fuga?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Paghiamo, notoriamente, un ritardo storico che ci accompagna da quasi due secoli e forse pi\u00f9. La nostra esperienza del Romanticismo, fatte salve le Odi manzoniane, \u00e8 stata labile e assai tardiva, vincolata da fatti storici e geopolitici. Siamo giunti impreparati al Ventesimo secolo e con un ritardo che ci ha resi un\u2019area trascurabile, affetta da un provincialismo malamente disinibito e poco interessante anche sotto il profilo del mercato. Un sistema d\u2019istruzione infarcito di crocianesimo vetusto, in cui la musica occupava un ruolo trascurabile. L\u2019ignorante ostilit\u00e0 congiunta, di Destra e di Sinistra, per motivi diversi e affini, nei confronti della cultura americana del Novecento ci ha profondamente condizionati: il jazz lo potevamo accettare solo come musica-proiettile scagliata contro il \u201cSistema\u201d, da Louis Armstrong sino a Albert Ayler. Cos\u00ec ci trovavamo da un lato una borghesia attratta dal fenomeno sotto un profilo, diciamo cos\u00ec, \u201cludico\u201d, e incline a non superare le delimitazioni del mainstream, e delle generazioni pi\u00f9 giovani che altrettanto non leggevano adeguatamente il fenomeno ma se ne appropriavano allo stesso modo e ne identificavano solo l\u2019eventuale profilo politico, vero o presunto. Il jazz \u00e8 stato da noi uno dei tanti strumenti culturali dotati di un\u2019identit\u00e0 politica non sempre reale o spontanea ma che \u00e8 stata inserita come un cuneo fra l\u2019amatorialit\u00e0 borghese dell\u2019ascolto e la lettura esclusivamente ed erroneamente ideologica di un fenomeno radicalmente troppo complesso per i nostri ritardi culturali, per il nostro provincialismo, per la nostra musicologia sbriciolata e imbelle.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Al netto di quelli che sono gli stimoli provenienti dai quattro punti cardinali della musica e da ogni direzione, ritieni che un giovane musicista in fase formativa debba guardare ancora innanzitutto alla grande esperienza del jazz americano ed afro-americano nello specifico: quali sono gli artisti che ritieni imprescindibili per lo studio e la conoscenza del jazz, a parte i soliti noti. (Bastano quattro o cinque nomi)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Il jazz, cos\u00ec come la sua discendenza, \u00e8 un fenomeno indiscutibilmente africano-americano e americano, con tutto ci\u00f2 che tali fattori identitari significano in termini di referenti, declinazioni, connubi, sincretismi, dinamiche culturali. Nessun musicista estraneo a tale contesto -in cui si coagulano esperienze di diversissimo genere come quella ebraica, e memorie europee trapiantate e ricostruite e alterate e sovvertite nel Nuovo Mondo- \u00e8 mai stato in grado di delineare e dare un contributo definitivo, fondante, neanche Django Reinhardt, che forse \u00e8 stato quello che ci \u00e8 andato pi\u00f9 vicino. Per quanto sia stata ricca di talenti (soprattutto negli anni Settanta-Novanta), l\u2019improvvisazione europea, anche nelle sue espressioni pi\u00f9 legate a proprie concezioni storiche e identitarie e nei suoi tentativi di trovare percorsi \u201cnazionali\u201d in qualche modo autonomi, \u00e8 puramente derivativa. Perch\u00e9 non vi sono codici storicamente consolidati e in larga parte comuni da spartire, come nel caso della tradizione accademica: vi sono contesti e materiali extra-europei che sono stati e sono in grado, in un processo dinamico e dialetti costante e segnato dall\u2019esperienza della creolizzazione, di \u201cfiltrare\u201d le memorie del Vecchio Mondo e di alterarne e sovvertirne l\u2019identit\u00e0 tradizionale, facendola diversa e squisitamente propria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Come vedi l\u2019attuale situazione della stampa specializzata, ma della stampa in genere, in riferimento al jazz?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Non nutro particolare interesse o stima per la musicologia nostrana in campo jazzistico o improvvisativo: salvo poche eccezioni, \u00e8 il frutto piuttosto incolto e provinciale (con tanto di ridicole disamine sul DNA, ad esempio) di personalismi impiegatizi e politici a caccia di posti da occupare, una versione peculiare del \u201cposto fisso\u201d con tutte le ricadute banali e persino schizofreniche del caso. In questo campo non mi sentirei di sostenere che negli Stati Uniti se la passino molto meglio, se non fosse per il potere che essi possono di diritto esercitare come \u201cpatria\u201d di certe culture e che spinge anche molti nostri operatori del settore a un servilismo piuttosto imbarazzante: se penso alla sopravvalutazione dei testi di Ted Gioia (proposti maldestramente da qualche traduttor de\u2019 traduttor d\u2019Omero) o di Nate Chinen, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, il sorriso inevitabilmente affiora. D\u2019altronde, il jazz vive di dinamiche proprie e del tutto inerenti il Nuovo Mondo e l\u2019espansione dei mezzi di comunicazione. Perci\u00f2 le ricostruzioni come quelle di Ashley Khan, o le descrizioni certosine della quotidianit\u00e0, che so, di un Miles Davis possono soddisfare inevitabili pulsioni di discografici e di custodi di varia memorabilia che esercitano pure un legame naturalmente \u201cdi mercato\u201d: si tratta di diramazioni connaturate alla realt\u00e0 dell\u2019industria culturale capitalista, anche se cercano di spacciarsi per sghembi esempli di micro-storia. Sicuramente, Southern, Murray, Floyd e altri studiosi africano-americani (da John W. Work II e Camille Nickerson o Maud Cuney-Hare fino a David Baker, Bernice Reagon, Jon Michael Spencer o Dominique-Ren\u00e9 De Lerma), come per altri versi il discusso e discutibile Stanley Crouch, hanno offerto e offrono un notevole contributo di analisi, Schuller rimane un modello importante ancorch\u00e9 incompleto (ha lasciato in eredit\u00e0 un tipo di analisi musicale che spesso \u00e8 stata riprodotta pedissequamente e comodamente e male, staccata da ogni conoscenza storica, economica, socio-politica), scrittori come Hentoff o Giddins, un musicologo come Richard Crawford e altri ancora hanno saputo delineare un quadro anche politico in modo notevole, direi per\u00f2 che la musicologia tedesca, francese, britannica in questo ambito ha giocato meglio le proprie carte. Quanto alla stampa, \u00e8 in decadenza da molto tempo e su pi\u00f9 fronti, se vogliamo parlare dei quotidiani. Per ci\u00f2 che riguarda le pubblicazioni periodiche specializzate, non mi esprimo, non ho la conoscenza sufficiente. In pi\u00f9, sono collaboratore, per quanto occasionale, di \u201cMusica Jazz\u201d e mie eventuali critiche ad altri soggetti potrebbero sembrare dettate da un \u201cconflitto di interessi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Pensi che in Italia esistano ancora organizzazioni discografiche capaci di fare scouting, scoprire talenti e seguirne il lancio a livello europeo e mondiale come accadeva negli anni Settanta e Ottanta ( Red Records, Soul Note, Balck Saints, etc.).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Oltre a non esservi soggetti disposti a finanziare, direi che non vi \u00e8 frequente una professionalit\u00e0 in grado di superare determinate difficolt\u00e0, di fare determinate scelte, di possedere intuito e visionariet\u00e0. N\u00e9 vorrei contribuire esageratamente alla mitopoiesi delle \u201cetichette indipendenti\u201d d\u2019antan, in cui vi era molta buona volont\u00e0, molto entusiasmo, tanta ingenuit\u00e0 di rado alimentati da conoscenze approfondite. Io ho prodotto per la Horo (una delle primissime realt\u00e0, gi\u00e0 attiva nei primi anni Settanta) e ho vissuto quegli anni, in parte sicuramente esaltanti, quando, a partire dagli anni Settanta in Italia ci affiancammo ad altre realt\u00e0 europee nel documentare gli sviluppi pi\u00f9 recenti del jazz e della musica africano-americana, che negli Stati Uniti venivano propositalmente ignorati o sottovalutati del tutto. La Red Records beneficiava del contributo creativo e determinante, indispensabile di Alberto Alberti, cessato il quale non poteva che subentrare un vivacchiare per inerzia. Black Saints e Soul Note erano una realt\u00e0 anche finanziariamente gestita in modo pi\u00f9 professionale delle altre ma sin troppo sensibile alla \u201cnouvelle vague\u201d del momento: talvolta si avvertiva l\u2019assenza della \u201cmano\u201d di un produttore esperto, non solo sinceramente appassionato. Personalmente, in gran parte della produzione Black Saint avverto oggi una coltre di vecchiezza notevole, mentre direi che il catalogo Soul Note \u00e8 sopravvissuto ed invecchiato in modo assai pi\u00f9 brillante, forse perch\u00e9 erano produzioni meno prese a far notare la capacit\u00e0 di testimoniare \u201cle dernier cri\u201d a tutti i costi. Poi, certo, ci sarebbe da ricordare la Splasc(H) o, in altro repertorio, la forza visionaria della Cramps Records, e altre realt\u00e0 che dovevano affrontare una ovvia molteplicit\u00e0 di problemi, dalla distribuzione nazionale e internazionale alla promozione, ecc. Oggi vi \u00e8 sicuramente lo spazio per nuove iniziative (penso, ad esempio, a Giacomo Bruzzo e alla RareNoise), nonostante le crisi, i download pirata e altri fenomeni di disturbo. E credo sempre vi sar\u00e0, perch\u00e9 \u00e8 nella natura minoritaria del jazz di non entusiasmare l\u2019industria culturale (aldil\u00e0 dei tanti carrozzoni festivalieri di cui si potrebbe largamente fare a meno) e di stimolare una \u201cguerra corsara\u201d, pur con tutte le difficolt\u00e0 del caso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. Come descriveresti i tratti somatici, sociali e culturali dell\u2019attuale appassionato di jazz, soprattutto i giovani che atteggiamento hanno, per quanto tu sappia?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. In Italia viviamo una realt\u00e0 artificiale e artificiosa, in cui si descrive una realt\u00e0 del jazz spesso irreale, e questo ha determinato l\u2019esistenza di un pubblico uniformatosi alla Vulgata e al pensiero unico, con rare eccezioni. L\u2019associazionismo finto o dettato da vanitose ambizioni di potere, la creazioni di mediocri ma acclamatissime e \u201cpompatissime\u201d star locali, l\u2019insegnamento del jazz a un livello, anche conservatoriale, il pi\u00f9 delle volte neghittoso e mediocre, l\u2019insegnamento musicale serio latitante, la scarsa opera di divulgazione, le direzioni artistiche amatoriali e prigioniere di provinciali sogni nel cassetto o di diktat di agenzie musicali in larghissima parte culturalmente deficitarie e incapaci di guardare oltre l\u2019immediato guadagno, il basso livello di molti carrozzoni festivalieri, il disinteresse dei grandi mezzi di comunicazione pubblici e privati, l\u2019affermazione di un eurocentrismo vanesio e vano (vedasi l\u2019imborghesimento evidente da anni in una produzione sopravvalutata e reazionaria come quella dell\u2019ECM), un basso livello culturale generale ha portato alla creazione di un pubblico spesso anodino e sofferente dei difetti di un sistema culturale incancrenito e di un sistema concertistico vecchio, tarmato e tarlato, retrivo, conservatore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>D. In conclusione, partendo da una mia personale riflessione, secondo la quale, essendosi gli afro-americani imborghesiti ed appesantiti, se non altro fagocitati dalla globalizzazione, il jazz in quanto tale ha perso smalto ed, oggi dagli USA, gli stimoli al mercato globale partono da una musica meno distinta e fortemente inclusiva, genericamente detta BAM (Black American Music). In Inghilterra sta accadendo qualcosa di simile con un melting-pot anglo-afro-giamaicano. Ritieni anche tu che il motore \u201clento\u201d ed ibrido della macchina del jazz mondiale proceda a tastoni, poich\u00e9 sia scarsamente alimentato da quella che un tempo era (e fu) il carburante creativo fornito degli Americani, quali produttori primari dei energia.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">R. Personalmente, credo che viviamo in un\u2019epoca in cui nelle Americhe e in Asia vi \u00e8 una vastissima, impressionante messe di talenti la cui \u201cglossolalia\u201d arricchisce l\u2019esperienza del jazz, pur fagocitandola talvolta invece di venire fagocitata, come accadeva in precedenza. Oggi il jazz deve sopravvivere ai meccanismi \u201cantropofagi\u201d che esso stesso ha attivato oltre un secolo fa, ma se forse mancano figure messianiche e di sintesi (ormai forse impossibili a causa del moltiplicarsi di fenomeni, epifenomeni e ricadute consequenziali), il proliferare di idee e di creatori di talento in ambito americano e africano-americano \u00e8 veramente imponente, anche in ambiti di solito meno immediatamente reattivi come, ad esempio, la musica accademica. Viviamo in un periodo storico di estesa transizione culturale, con la fine della centralit\u00e0 europea, le dinamiche post-coloniali, il diffondersi di processi di creolizzazione incrementati dai diversi e imponenti flussi migratori, la fine dell\u2019America WASP e il subentrare degli Stati Uniti di origine latina affiancati da notevoli influenze asiatiche, l\u2019espansione culturale di talune aree dell\u2019America Latina e afro-caraibica, il delinearsi di una musica accademica africano-americana in grado di riassumere molte esperienze e memorie afro-diasporiche: vi \u00e8 di che ben sperare, non solo temere, per quanto la centralit\u00e0 culturale americana (con tutte le sue varianti) permarr\u00e0 ancora a lungo.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"788\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/gianni-morelenbaum.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-243\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/gianni-morelenbaum.jpg 900w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/gianni-morelenbaum-300x263.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/gianni-morelenbaum-768x672.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Gianni Morelenbaum Gualberto<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Ho intervistato Gianni Morelenbaum Gualberto, studioso, direttore artistico e&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":242,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,9,2,3,12],"tags":[],"class_list":["post-241","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-cultura","category-jazz","category-musica","category-redazionale"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/Gianni-Morelenbaum-Gualberto-1-e1684348528768.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/241","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=241"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/241\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5171,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/241\/revisions\/5171"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/242"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=241"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=241"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=241"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}