{"id":2401,"date":"2023-08-14T19:27:53","date_gmt":"2023-08-14T17:27:53","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=2401"},"modified":"2024-11-23T00:45:21","modified_gmt":"2024-11-22T23:45:21","slug":"bill-evans-scott-lafaro-e-paul-motian-reinventano-il-piano-trio-con-sunday-at-the-village-vanguard-1961-riverside","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2023\/08\/14\/bill-evans-scott-lafaro-e-paul-motian-reinventano-il-piano-trio-con-sunday-at-the-village-vanguard-1961-riverside\/","title":{"rendered":"Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian reinventano il piano trio con \u00abSunday At The Village Vanguard\u00bb, 1961 (Riverside)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian decretarono la nascita di quello che potremmo definire \u00abpiano trio dinamico\u00bb realizzando uno dei dischi pi\u00f9 convincenti e seminali di tutti i tempi e superando quelle erano state le regole d\u2019ingaggio del vecchio modello di jazz per pianoforte con accompagnamento.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong> <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Nell\u2019arco della storia del jazz ci sono varie fasi evolutive dell\u2019improvvisazione che nasce come fenomeno collettivo e polifonico. Incanalata, dapprima, nelle avvolgenti sonorit\u00e0 delle Big Band, sar\u00e0, progressivamente, finalizzata a dare risalto al solista. Nel periodo che va dal 1917, anno ufficiale della prima registrazione conosciuta, sino alla met\u00e0 degli anni Cinquanta, la sezione ritmica funzion\u00f2, in massima parte, come mero accompagnamento limitandosi a scandire il ritmo dei brani e rilasciando, a intermittenza, piccoli intervalli che fungevano perlopi\u00f9 da spartiacque fra i vari strumenti di prima linea. L\u2019evoluzione fu graduale, mentre non tutte le sezioni ritmiche si comportavano alla stessa maniera: generalmente, nei combo di quattro o pi\u00f9 elementi era sempre il pianoforte che svolgeva la doppia funzione dominante di tipo ritmico-armonico, alternandosi spesso sul front-line con uno o pi\u00f9 strumenti a fiato e stabilendo con essi le variabili contrappuntistiche. Il 25 giugno 1961, per\u00f2, Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian decretarono la nascita di quello che potremmo definire \u00abpiano trio dinamico\u00bb realizzando uno dei dischi pi\u00f9 convincenti e seminali di tutti i tempi e superando quelle erano state le regole d\u2019ingaggio del vecchio modello di jazz per pianoforte con accompagnamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>A tal proposito, risulta assai interessante il punto di vista di Miroslav Vitous<\/strong>: \u00ab<em>Una volta sentito, per me, Scott LaFaro \u00e8 diventato la pi\u00f9 grande ispirazione, l\u2019icona della mia vita artistica: il suo talento era fenomenale<\/em>\u00bb. Miroslav prosegue anche su alcune considerazioni tecniche: \u00ab<em>Questo ci porta a dire un\u2019altra cosa sul jazz che, in origine, non \u00e8 cos\u00ec libero come si pensa, perch\u00e9 esistevano dei limiti dettati dai ruoli: la funzione del basso e della batteria, il pianoforte che suonava l\u2019armonia e cos\u00ec via, quindi gli strumenti solisti comparivano secondo uno schema abituale. Fin ad un certo punto della storia, questo era il modello tipico del jazz. Ma nel Bill Evans Trio esisteva una conversazione diretta. Poi lo fece anche Miles e noi continuammo con i Weather Report, nei quali il bassista non suonava come un bassista tradizionale, ma alla pari di qualsiasi altro strumentista. Il motivo principale per cui il suono dei Weather Report risultava cos\u00ec nuovo, era dato dal fatto che il basso suonasse come un sassofono o una tromba<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Il pensiero di Paul Motian conferma talune tesi:<\/strong> \u00ab<em>Quando Evans costitu\u00ec il nostro piccolo ensemble sulla base dei concerti dal vivo tenuti al Basin Street East, l\u2019intenzione era quella di giungere ad un\u2019esperienza completamente interattiva e dinamica del piano trio. Un pensiero, all\u2019epoca, del tutto inconcepibile, in quando gran parte delle formazioni erano concepite per mettere in mostra la bravura del solista in prima linea, in special modo nel piano trio<\/em>\u00bb. L\u2019incontro sinergico fra questi tre musicisti, in un set domenicale registrato dal vivo, diede nuova dignit\u00e0 alla terna pianistica, che sulla scorta dell\u2019esperienza di Evans-LaFaro-Motian divenne uno delle modalit\u00e0 pi\u00f9 praticate nell\u2019ambito del post-bop e derivati, fino ai giorni nostri. Fissato su nastro nel corso di una lunga maratona al Village Vanguard, il disco emana un\u2019atmosfera singolare, con bicchieri che tintinnano e chiacchiere di sottofondo, ma l\u2019esecuzione \u00e8 semplicemente da case-study. I tre sodali denotano una netta padronanza del proprio strumento e, messi insieme ed apparentemente senza sforzo, riescono a creare quell\u2019alchimia sciamanica che nel jazz raramente raggiunge la pura perfezione. Con il solo pianoforte, contrabbasso e batteria, questo album, nonostante (o forse proprio per) il suo minimalismo, divenne uno dei capolavori annoverati fra i Top 100 del jazz di tutte le epoche. Le parole di Miroslav Vitous sono alquanto esaustive in Proposito: \u00ab<em>Altrettanto importante era la comunicazione che il gruppo riusciva ad esprimere: una vera e propria conversazione, ma non il dialogo che si otteneva in un normale gruppo jazz, dove si suonano i cambi e si produce quella che io chiamo conversazione laterale attraverso un punto distante: loro furono i primi ad implementare una conversazione diretta<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019affiatamento che univa il trio Evans-LaFaro-Motian<\/strong> si era gi\u00e0 evidenziata in alcuni lavori precedenti (\u00abPortrait In Jazz\u00bb e \u00abExplorations\u00bb), ma si rafforz\u00f2 nell\u2019esibizione al Village Vanguard, divenendo un paradigma ispirativo per tanti jazzisti venuti dopo. Purtroppo su questo album grava l\u2019ombra della tragedia. Il bassista Scott LaFaro morir\u00e0, a soli 25 anni, in un incidente d\u2019auto appena dieci giorni dopo la partecipazione al set. Le registrazioni del Vanguard saranno nel corso degli anni, e nelle varie edizioni, una sorta di commemorazione costante del contrabbassista: molti dei brani eseguiti erano stati composti da LaFaro o presentano un assolo di basso quale elemento focale e determinante. E non potrebbe esserci modo migliore per ricordarlo, perch\u00e9 le varie performance rappresentano una perfetta dimostrazione del suo virtuosismo. Ogni assolo \u00e8 avvincente e frutto di un talento eccelso. Inconsapevole del proprio beffardo destino, in un solo giorno di esibizioni, il giovane musicista italo-americano conquist\u00f2 un posto di rilievo fra i grandi bassisti del XX secolo. Senza sminuire gli altri due sodali, si potrebbe affermare che il vero fulcro di queste registrazioni sia stato lui, almeno senza LaFaro sarebbero state una cosa altra; sicuramente il triunvirato non avrebbe scalato talune vette d\u2019eccellenza esecutiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>\u00abSunday At The Village Vanguard\u00bb si sostanzia come un album<\/strong> in cui il modo di concepire la funzione del contrabbassista e del batterista approda a un\u2019inedita dimensione, soppiantando il ruolo secondario, svolto da essi in passato, attraverso un protagonismo cronico, dinamico e interattivo. Dopo alcuni tentativi precedenti, senza molto successo, Evans trov\u00f2 nei due alleati il propellente per materializzare le sue idee estetiche e generare un paradigma rivoluzionario di \u00aborizzontalit\u00e0\u00bb compositiva ed esecutiva. Nel concerto del Vanguard, il trio mise in atto un modo ingegnoso di interagire, grazie ad una modalit\u00e0 quasi simbiotica di intendere il vernacolo jazzistico e grazie ad un scambio costante dove l\u2019implemento delle tematiche melodico-ritmico-armoniche veniva reciprocamente suggerito, destrutturato e rimodellato con sinergica congruenza. \u00abSunday At The Village Vanguard diviene, per tanto, una lectio magistralis di creativit\u00e0, improvvisazione e interazione; un\u2019esposizione di palpitante lirismo ed un\u2019applicazione metodologica, forse, mai adottata prima con tale profondit\u00e0 ed eloquenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">I<strong>ndicare un composizione specifica come punta di diamante dell\u2019album<\/strong> risulta alquanto difficile, poich\u00e9 l\u2019intero set va interpretato come un insieme coeso, un vero concept, piuttosto che alla stregua di una mera collezione di brani separati. Distinguere un componimento dall\u2019altro durante l\u2019ascolto \u00e8 un po\u2019 difficile, perch\u00e9 il disco, a parte gli applausi che fanno da intermezzo, scorre senza attrito alcuno, al punto da sembrare una jam session prolungata. Naturalmente, i singoli brani posseggono tutti un imbastitura ed un taglio ben preciso, ma sono uniti da un solido collante rappresentato dal pianoforte di Bill Evans. L\u2019opener, \u00abGloria\u2019s Step\u00bb, a firma LaFaro, \u00e8 adagiato su una progressione pianistica che naviga in acque distese e tranquille, mentre il basso di Scott sembra suggerire la rotta attraverso un movimento costante e ricco di variazioni accordali. Prima che il contrabbassista ed il pianista-leader stabiliscano una relazione armonica e contrappuntistica, l\u2019ambientazione risulta alquanto ariosa e locupletata in retroguardia dal rullante di Motian, nonch\u00e9 dalle rapide interlocuzioni tra le note singole ed i vibranti accordi di LaFaro. \u00abMy Man\u2019s Gone Now\u00bb, da \u00abPorgy e Bess\u00bb, \u00e8 una ballata scritta da Gershwin, brunita e malinconica ma, per contro, ravvivata dal deciso incedere del pianoforte e dalla creativa improvvisazione del contrabbasso, equilibrato e mercuriale nell\u2019approccio. Mentre le spazzole di Motian sussurrano a contatto i piatti, Evans e LaFaro entrano in un dialogo in tono minore dalle tinte scure, in un rapporto simbiotico e reiterato senza soluzione di continuit\u00e0. \u00abSolar\u00bb di Miles Davis suggella la prima facciata dell\u2019album, attraverso un battibecco diretto e perpetuo, senza pause o aria ferma, bypassando quella che Miroslav Vitous chiamava \u00abconversazione laterale e distante\u00bb. In questa traccia lo stesso Motian sembra entrare di pi\u00f9 in partita, mentre trasversalit\u00e0, contrappunto e modalismo s\u2019intersecano in una miscela di nuova estetica post-bop nodosa e insistente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>La B-Side si apre con \u00abAlice In Wonderland\u00bb<\/strong>, uno standard rimodellato dal trio a propria immagine e somiglianza, dove Evans si allontana ancora dalle trame di influenza classica, dipingendo con vivacit\u00e0 i colori armonici e spingendosi oltre i confini ritmici. LaFaro suona in modo leggero e sopra le righe, in maniera virtuosistica, facendo le fusa con ritmo erogato da Motian. A seguire, la classica \u00abAll Of You\u00bb di Cole Porter, dove Motian diventa pi\u00f9 assertivo con i suoi accenti finalizzati ad incorniciare il contrappunto di Evans e LaFaro. Infine, \u00abJade Visions\u00bb, tirata sempre fuori dal cilindro di Scott LaFaro, \u00e8 un brano davvero struggente e crepuscolare, che trova il suo break-even-point proprio nel suo essere volutamente essenziale e minimalista. La tragica scomparsa di Scott LaFaro gett\u00f2 Evans nello sconforto pi\u00f9 totale, al punto da concedersi una lunga pausa prima di formare un nuovo piano trio. Il materiale registrato durante il set e rimasto fuori, nello stesso anno, and\u00f2 a costituire una altro album epocale, \u00abWaltz For Debby\u00bb, che oltre ad essere sostanzialmente una vetrina per il pianismo raffinato ed arioso di Evans, in gran parte, divenne un omaggio ad imperitura memoria al genio e al contributo di Scott LaFaro.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"962\" height=\"638\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/bill-evans-scott-lafaro-and-paul-motian.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-2403\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/bill-evans-scott-lafaro-and-paul-motian.webp 962w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/bill-evans-scott-lafaro-and-paul-motian-300x199.webp 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/bill-evans-scott-lafaro-and-paul-motian-768x509.webp 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 962px) 100vw, 962px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Bill Evans, Scott LaFaro e Paul Motian decretarono la nascita di quello che potremmo definire&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":2402,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2},"jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[9,26,2,3,6,23,8],"tags":[],"class_list":["post-2401","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-editoriale","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-ristampa-vinile","category-storia-del-jazz"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/evans1-e1692033863393.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2401","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2401"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2401\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":8332,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2401\/revisions\/8332"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2402"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2401"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2401"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2401"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}