{"id":2341,"date":"2023-08-07T10:28:02","date_gmt":"2023-08-07T08:28:02","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=2341"},"modified":"2023-08-07T10:29:15","modified_gmt":"2023-08-07T08:29:15","slug":"sax-senza-custodia-la-vera-storia-di-bogey-gaynair-blue-bogey-1959-jasmine-records","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2023\/08\/07\/sax-senza-custodia-la-vera-storia-di-bogey-gaynair-blue-bogey-1959-jasmine-records\/","title":{"rendered":"Sax senza custodia, la vera storia di Bogey Gaynair. \u00abBlue Bogey\u00bb, 1959 (Jasmine Records)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Il nome di Wilton \u00abBogey\u00bb Gaynair, resta sepolto da una coltre di polvere nella solo memoria dei cultori di jazz pi\u00f9 attenti e puntigliosi. Quando apparve sulla scena, il produttore ed organizzatore di concerti Tony Hall scriveva sulle liner notes di \u00abBlue Bogey\u00bb: \u00ab<em>Suona il tenore. Anche se il nome pu\u00f2 essere nuovo per voi ora, penso che lo sentirete spesso come uno dei migliori tenoristi jazz. Raramente ricordo di essere stato cos\u00ec impressionato o eccitato da un musicista come lo eravamo tutti noi negli studi dell\u2019etichetta Tempo in questa sessione<\/em>\u00bb. Wilton \u00abBogey\u00bb Gaynair, sassofonista tenore di discreto talento, ha inciso solo tre dischi come band-leader.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Nato a Kingston in Giamaica<\/strong>, fu compagno di scuola di Dizzy Reece (il primo jazzista britannico a firmare un contratto con una casa discografica americana) e Joe Harriott. Gaynair arriv\u00f2 in Europa nel 1955 proprio su consiglio di Dizzy Reece. Giunto a Londra, cominci\u00f2 a farsi sentire in alcuni club, impressionando tutti per stile e tecnica, ma soprattutto per la carica emotiva che sprigionava suonando il sax: il suo jazz, molto vicino all\u2019hard bop afro-americano, tendeva pi\u00f9 che ad impressionare gli ascoltatori a coinvolgerli emotivamente, attraverso un timbro deciso, ma caratterizzato da un tono caldo ed avvolgente. Racconta Tony Hall: \u00ab<em>All\u2019epoca facevo concerti su concerti nei club con un gruppo chiamato Hall-Stars, che comprendeva Dizzy Reece, Kathie Stobart, Terry Shannon, il bassista Pete Elderfield e Benny Goodman alla batteria. Bogey ci segu\u00ec in alcune date come special-guest e furono serate memorabili di grande jazz. Fu ospite con noi ad una promozione della NJF al Royal Festival Hall e praticamente rub\u00f2 lo scena a tutti con una coinvolgente versione di \u00abBody and Soul\u00bb, che suscit\u00f2 commenti entusiastici su Melody Maker e molti altri giornali e riviste<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Dato che all\u2019epoca la scena lavorativa londinese era tutt\u2019altro che lucrativa,<\/strong> Bogey, viaggiando in Europa, dopo un buon ingaggio, decise di stabilirsi in Germania. Qui, dopo varie esperienze, entrer\u00e0 a far parte della Kurt Edelhagen Radio Orchestra, attivit\u00e0 a cui dedicher\u00e0 tutta la sua carriera. Al suo arrivo si stabil\u00ec a Dusseldorf accettando di suonare nel George Maycock Quintet, formazione che il sassofonista descriveva cos\u00ec: \u00ab<em>\u00c8 principalmente un gruppo commerciale, ma facciamo un paio di set jazz ogni sera, quindi ho la possibilit\u00e0 di suonare un po\u2019 alla mia maniera<\/em>\u00bb. Il sassofonista torn\u00f2 a Londra per una vacanza di tre settimane nell\u2019agosto del \u201959. I primi giorni lo si poteva vedere in giro per i club londinesi, intento ad ascoltare i tenoristi britannici come Tubby Hayes, Ronnie Scott, Kathie Stobart, Don Rendell e Bob Efford. Poi, durante la sua seconda settimana di permanenza, lui e Dizzy fissarono due set pomeridiani con Terry Shannon, Pete Blannin e Benny Goodman come sezione ritmica, al famoso Down Beat Club, ubicato al 20 Old Compton Street, gestito dagli ex sassofonisti della Tubby Hayes Orchestra, Jackie Sharpe e Mike Senn. Entrambi furono piacevolmente sorpresi, ammettendo che Bogey avesse migliorato di molto la sua tecnica che si proponeva in maniera molto originale: sottovoce qualcuno si lasci\u00f2 scappare perfino che \u00ab<em>se Bogey fosse sempre presente sulla scena londinese, Tubby Hayes e Ronnie Scott dovrebbero davvero stare attenti!<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Durante i sette giorni che seguirono<\/strong>, Bogey si esib\u00ec al Flamingo Club come ospite del gruppo di Tony Kinsey, del Dizzy\u2019s Quartet e dei Jazz Couriers. Racconta sempre Tony Hall: \u00ab<em>Una delle sessioni pi\u00f9 eccitanti fu un set di Bogey e Don Rendell. Raramente ho sentito Don suonare cos\u00ec bene. Bogey \u00e8 tremendo! Mi disse Don. Ha una tale ispirazione che ti trascina a suonare. Mi \u00e8 piaciuto molto<\/em>\u00bb. Per lo storico del jazz Ernest Borneman, un altro concerto memorabile fu quello tenuto con Dizzy al National Film Theatre durante uno dei recital della stagione \u00abNegro World\u00bb. A questo punto Tony Hall era cos\u00ec infatuato di Wilton \u00abBogey\u00bb Gaynair che sarebbe stato disposto a tutto: \u00abAvevo sentito abbastanza, avrei volentieri finanziato io stesso la sessione, se il direttore di Vogue-Tempo, Bill Townsley, non avesse avuto la lungimiranza di commissionare la produzione di questo album. Fortunatamente, la data fu fissata, con poche ore di preavviso, per la notte di mercoled\u00ec 26 agosto negli studi Decca di West Hampstead\u00bb. Gaynair dimostr\u00f2 di meritarsi la fiducia e di non essere solo un semplice sassofonista-esecutore. In Germania, durante il tempo libero, si era dedicato allo studio intensivo dello strumento ed aveva gi\u00e0 ottenuto una laurea in arrangiamento e composizione. Mentre in quel periodo stava studiando per conseguire la laurea in armonia avanzata. \u00abHo superato i miei giorni di smancerie\u00bb, diceva. \u00ab<em>Mi rendo conto che c\u2019\u00e8 cos\u00ec tanto da imparare sul mio strumento e sulla musica in generale e sto studiando il pi\u00f9 possibile. Mi piacerebbe molto andare negli Stati Uniti alla fine, ma se e quando lo far\u00f2, vorrei andarci con qualcosa da mostrare. L\u00ec \u00e8 difficile se sei solo un suonatore di jazz. Ci sono cos\u00ec tanti grandi musicisti, i quali sono costretti a tornare a casa dopo un po\u2019 per mancanza di lavoro. Vorrei essere in grado di ottenere un ingaggio come arrangiatore oltre che come esecutore. Soprattutto, prima di andarci, vorrei cercare di avere uno stile e una concezione tutta mia. E questo \u00e8 molto difficile per un sassofonista, di questi tempi, con tutti i fenomeni che ci sono in giro<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Gaynair non nasconde le fonti ispirative<\/strong>: \u00ab<em>Ho iniziato con il contralto, ma quando sono passato al tenore, Hawkins era il mio punto di riferimento insieme a Don Byas e Lucky Thompson. Mi piaceva anche Charlie Ventura, l\u2019unico gatto bianco che suonava come se fosse di colore. Cavolo, se sapeva suonare! E poi ho sentito Charlie Parker. Penso che fosse il pi\u00f9 grande sul suo strumento, ma a me piaceva anche al tenore. Oggi ascolto Rollins, Coltrane e soprattutto Johnny Griffin. Credo di aver preferito il suono di Rollins e quello che faceva due anni fa al modo in cui suona ora. Mi piace di pi\u00f9<\/em>\u00bb. In \u00abBlue Bogey\u00bb l\u2019influenza di Hawkins e Thompson possono essere avvertite facilmente nel suono di Gaynair che risulta: enorme, ampio, avvolgente, scattante, ma la concezione armonica \u00e8 considerevolmente pi\u00f9 moderna; a tratti si possono scorgere fugaci scorci di Bird, di Wardell Gray, Harold Land, Coltrane e Eddie \u00abLockjaw\u00bb Davis (in particolare su \u00abRhythm\u00bb), anche se il sassofonista giamaicano riesce a condensare tutto e sviluppare una pozione sonora molto personale: a parte due standard, quattro delle sei composizioni eseguite sono di Gaynair e costituiscono i punti salienti dell\u2019album. La sezione ritmica che sostiene il progetto risulta estremamente empatica; ben sintonizzati sulle finalit\u00e0 del band-leder, gli accompagnatori sono tre habitu\u00e9 della Tempo Records: il pianista Terry Shannon, il bassista Kenny Napper e il batterista Bill Eyden, alquanto affiatati ed in grado di trovare la stessa lunghezza d\u2019onda.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019album si apre con \u00abWilton\u2019s Mood\u00bb,<\/strong> un\u2019interessante composizione di Gaynair, basata sull\u2019uso delle sospensioni ritmiche, una costruzione quasi \u00abRollinsish\u00bb. Il tenorista esegue degli ottimi assoli con un singolare fraseggio sulle uscite, sostenuto dal pianista Terry Shannon a cui cede alternativamente la prima linea. \u00abDeborah\u00bb, una piacevole ballata firmata sempre da Gaynair, \u00e8 dedicata alla giovane figlia del pianista Terry. L\u2019impianto, melodico appassionato ed ipercalorico, ricorda vagamente il Johnny Hodges delle ballate. \u00abJoy Spring\u00bb, brano di Clifford Brown, viene ripreso con un ritmo pi\u00f9 groovy e marcato rispetto alle solite esecuzioni, l\u2019assolo di Bogey gioca su tre ritornelli ad alto tasso melodico, Terry ne copre due, passando la staffetta al bassista Kenny Napper, prima che il leader riprenda la guida riportando il line-up al tema iniziale. \u00abRhythm\u00bb nasce da una prova: fortuna volle che il nastro stesse girando. Ne scatur\u00ec una performance disinibita e completamente spontanea con Gaynair ed il bassista Kenny Napper che sembrano divertirsi come bambini, fino a quando non si aggiunge al gioco anche il pianista. Bogey soffia senza risparmiarsi muovendosi agilmente sui cambi: in qualche frangente ricorda perfino Eddie \u00abLockjaw\u00bb Davis. \u00abBlues For Tony\u00bb, \u00e8 un tributo a Tony Hall, mentore di questo progetto. Un componimento di Gaynair ancora imperniato sulla spontaneit\u00e0 creativa e catapultato in un\u2019atmosfera a volte funkified, altre pi\u00f9 soul con assoli di tenore e pianoforte piuttosto rilassati. In conclusione uno standard: \u00abThe Way You Look Tonight\u00bb. Per molti versi questo brano, pur non essendo farina del suo sacco, \u00e8 molto vicino alla concezione che il sassofonista aveva del jazz in quel periodo. Dopo un\u2019intrigante avvio, Bogey opera una lettura molto personale del classico di Jerome Kern: il suo assolo \u00e8 temperato e riflessivo. Il pianista Terry Shannon aggiunge qualche stilla di swing, prima che il sassofono ruggisca ancora innalzando un canto alle muse.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019esordio discografico di Wilton \u00abBogey\u00bb Gaynair<\/strong> con \u00abBlue Bogey\u00bb possiede qualcosa di sorprendente, dovuto alla forza dell\u2019intuito e dell\u2019improvvisazione. Come disse Terry Shannon all\u2019indomani della pubblicazione dell\u2019album: \u00ab<em>\u00c8 tremendo! Tutti noi siamo stati colpiti dal suo modo di suonare. \u00c8 un tale improvvisatore. Molti jazzisti hanno solo idee preconcette su ci\u00f2 che suoneranno o su cosa possono controllare. Ma con Bogey, puoi sentirlo creare e comporre mentre suona. Tutte le sue emozioni in quel particolare momento vengono fuori. Rollins pu\u00f2 farlo ed anche Johnny Griffin. Penso che Bogey diventer\u00e0 un grande musicista<\/em>\u00bb. All\u2019epoca di queste lusinghiere dichiarazioni eravamo nel 1959: le cose andarono diversamente, poich\u00e9 Gaynair opt\u00f2 per una vita pi\u00f9 tranquilla in Germania, con un lavoro sicuro ed accademico che contemplasse i suoi studi di arrangiatore e compositore. \u00abBlue Bogey\u00bb, realizzato in Inghilterra per l\u2019etichetta Tempo, rimane il suo album pi\u00f9 rappresentativo. I modelli ispirativi di riferimento sono \u2013 come gi\u00e0 accennato \u2013 quelli tipici del jazz afro-americano degli anni \u201950, ma filtrati attraverso la vivida personalit\u00e0 di un artista da riscoprire.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"800\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/wilton-bogey-gaynair-blue-bogey-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2344\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/wilton-bogey-gaynair-blue-bogey-1.jpg 800w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/wilton-bogey-gaynair-blue-bogey-1-300x300.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/wilton-bogey-gaynair-blue-bogey-1-150x150.jpg 150w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/wilton-bogey-gaynair-blue-bogey-1-768x768.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/ Il nome di Wilton \u00abBogey\u00bb Gaynair, resta sepolto da&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":2345,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,29,9,2,3,6,23,8],"tags":[],"class_list":["post-2341","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-bebop","category-cultura","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-ristampa-vinile","category-storia-del-jazz"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/08\/Wilton-Bogey-Gaynaiir2.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2341","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2341"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2341\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2347,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2341\/revisions\/2347"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2345"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2341"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2341"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2341"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}