{"id":1609,"date":"2023-06-18T14:47:30","date_gmt":"2023-06-18T12:47:30","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=1609"},"modified":"2025-06-09T11:32:08","modified_gmt":"2025-06-09T09:32:08","slug":"art-farmer-bill-evans-con-modern-art-1958-ristampa-jazz-images","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2023\/06\/18\/art-farmer-bill-evans-con-modern-art-1958-ristampa-jazz-images\/","title":{"rendered":"Art Farmer &#038; Bill Evans con \u00abModern Art\u00bb, 1958 (Ristampa Jazz Images)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>\u00abSi potrebbe cominciare usando tre aggettivi, collaborativo, lungimirante e innovativo, per definire \u00abModern Art\u00bb, uno degli album pi\u00f9 riusciti della lunga e sfaccettata attivit\u00e0 discografica di Art Farmer, un ponte fra due momenti della sua carriera: il preludio ai Jazztet ed un salvacondotto per liberarsi dalle catene del soul-jazz a presa rapida e per evitare l&#8217;alternativa di un angoscioso avanguardismo\u00bb<\/strong><\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong><em>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Registrato il 10, l&#8217;11 ed il 14 settembre del 195<\/strong>8 al Nola&#8217;s Penthouse Sound Studios di New York e pubblicato dalla United Artists Records nello stesso anno, \u00abModern Art\u00bb \u00e8 la rappresentazione tipica del jazz moderno che iniziava a lasciarsi dietro le spalle gli anni Cinquanta, nonch\u00e9 di un jazz che si muove in un modo elegante senza essere troppo cool, che si libera nella gamma del blues, ma risulta chiaro, sobrio, equilibrato, arioso, pieno di feeling e passionale, tuttavia non cede mai alla pigrizia o al confortevole conservatorismo. \u00abModern Art\u00bb si presenta come una tavola rotonda della musica, una specie di conferenza circolare del suono, dove gli esecutori non cercano l&#8217;evidenza delle proprie caratteristiche ma trovano la forza creativa nell&#8217;insieme pi\u00f9 che non negli assoli individuali. Il line-up preme sulla leva della collegialit\u00e0, consegnando al mondo degli uomini, arrangiamento dopo arrangiamento, brano dopo brano, un compost sonoro facilmente fruibile, ma non inquadrabile nelle varie scuole di pensiero di quegli anni: il jazz del Pacifico e l&#8217;hard bop newyorkese. Forse entrambi, o n\u00e9 l&#8217;uno e n\u00e9 l&#8217;altro, qualcosa di pi\u00f9, che gettava uno sguardo verso un futuro ancora tutto da definire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Art Farmer e Bill Evans si conoscevano<\/strong>&nbsp;da due anni, dai tempi della loro collaborazione con George Russell. Il pianista era ancora poco conosciuto, ma possedeva gi\u00e0 quel tocco incomparabile e quel senso melodico tipici del suo modus operandi. Art Farmer era meno talentuoso di Clifford Brown ma molto pi\u00f9 raffinato e versatile di Freddie Hubbard. Miles Davis era su un&#8217;altra galassia e presto gli soffier\u00e0 anche il pianista, favorendo l&#8217;ingresso di McCoy Tyner nei Jazztet, progetto condiviso con Benny Golson, sassofonista e compositore geniale, ma troppo modesto, silenzioso e poco scalpitante, presto messo in ombra dall&#8217;avanzata di altri tenoristi, in particolare da Coltrane, il quale coopter\u00e0 McCoy Tyner, facendone il suo braccio destro e l&#8217;uomo chiave nei momenti decisivi della scalata al successo. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Siamo di fronte ad una realt\u00e0 aumentata<\/strong> ed a un mondo in divenire che decider\u00e0 le future sorti del jazz moderno. Down Beat diede all&#8217;album cinque stelle su cinque, e si capisce bene il perch\u00e9. \u00abModern Art\u00bb risulta perfetto negli arrangiamenti, la produzione \u00e8 ben curata ad ogni livello, la variet\u00e0 dei temi appare sorprendente, le nuove composizioni suonano come se fossero gi\u00e0 standard ma non si esce mai dai confini della fruibilit\u00e0 immediata. Il 1958 fu un anno spartiacque e \u00abModern Art\u00bb suona diverso dalla maggior parte dei dischi di quel periodo, non \u00e8 ancora una novit\u00e0 assoluta, che arriver\u00e0 con i Jazztet, ma costituisce gi\u00e0 un garbato tentativo di rottura con la tradizione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>L&#8217;opener \u00abMox Nix\u00bb, unico contributo compositivo<\/strong>&nbsp;di Farmer, inizia con un ironico intro funky-hand-jive\u00bb, simile a qualunque acchiappa consensi modello Blue Note, ma rapidamente imbocca un&#8217;altra strada ed assume dei connotati del tutto inediti, definendo quelli che saranno i punti di ancoraggio dell&#8217;intero album. Non \u00e8 il posto ideale per enormi cascate di romantiche note o per una comunicazione telepatica con il basso, ma Bill Evans mostra di essere a suo agio anche con lo swing; il suo piano \u00e8 festoso e saltellante, in assetto quasi soul-jazz. Art Farmer sembra pi\u00f9 vicino ai propositi di Golson che si caratterizza anche come autore di \u00abFair Weather\u00bb. Forse il climax dell&#8217;album, che da solo vale il prezzo della corsa, mostrando un interplay ricco di armonie cangianti. Addison Farmer, fratello di Art, al basso ed il batterista Dave Bailey completano un quintetto che tende ad approccio sottile, mai troppo addomesticato o adagiato sulla tradizione. Non \u00e8 una squadra di innovatori rivoluzionari, ma una volta raggiunto il punto di equilibrio i sodali si sostengono a vicenda prolungando il benessere del fruitore, attraverso un rilascio di tensione costante e calibrata. Art Farmer conquista la scena con una suadente ballata, \u00abDarn That Dream\u00bb, e si riconferma con \u00abThe Touch of Your Lips\u00bb, standard riproposto attraverso uno scorrevole mid-tempo, mentre Golson ne asseconda i movimenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>La B-Side si apre con \u00abJubilation\u00bb<\/strong>&nbsp;di Junior Mance, un gospel leggero e melodioso con entrambi i fiati fianco a fianco ed amalgamati all&#8217;unisono. Golson emerge particolarmente durante \u00abLike Someone in Love\u00bb, mentre Farmer agisce con un tocco leggiadro, qualit\u00e0 che avrebbe mantenuto per il resto della carriera, usando la sordina in \u00abI Love You\u00bb di Cole Porter, con un afflato poetico e ed un movimento che danza sulle note in punta di piedi. L&#8217;ultima traccia, ma non per importanza, \u00e8 \u00abCold Breeze\u00bb di Wade Legge, un piacevole semifreddo, un semi-bop ventilato, scattante, equilibrato, ma non eccessivo. \u00abModern Art\u00bb prefigura l&#8217;inventiva e la classe e che, dopo questa sessione del 1958, il gruppo porter\u00e0 nel mondo del jazz moderno con i Jazztet. Pertanto gli aspetti storici di questa sessione, specie in retrospettiva, non possono essere sottovalutati; in ogni caso, parliamo di piccolo gioiello di jazz&nbsp;<em>straight-ahead<\/em>&nbsp;a larghe falde. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">\u00ab<em>Quello che cerco di fare con una composizione\u00bb, <\/em>ha detto una volta Art Farmer,<em> \u00ab\u00e8 di trarre pi\u00f9 piacere possibile dal suonarla. \u00c8 difficile da verbalizzare, ma il grado di divertimento che ne traggo dipende da quanto mi sembra naturale, e la sensazione spontanea di suonare questo flicorno viene dal perdersi davvero in esso, arrivando al punto in cui il brano diventa  una seconda pelle e non devi pi\u00f9 pensarci<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Ottima l&#8217;edizione Jazz Images in cui Bill Evans \u00e8 stato associato come co-titolare del progetto.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"822\" height=\"557\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/art_farmer1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1611\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/art_farmer1.jpg 822w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/art_farmer1-300x203.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/art_farmer1-768x520.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 822px) 100vw, 822px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Art Farmer<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>EXTRALARGE<\/strong><\/p>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading has-medium-font-size\"><strong><em>Art Farmer &#8211; \u00abOn The Road\u00bb, 1976<\/em><\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Che ne sarebbe stato del jazz negli anni &#8217;70, soggiogato da mescolanze ed ibridazioni, se qualcuno non avesse continuato a distillarlo in purezza? Art Farmer continu\u00f2 ad esprimere la sua verve creativa, mantenendo fede ai principi regolatori del jazz acustico. Qui siamo nel 1976 e Farmer imbraccia il flicorno seguito da un manipolo di gregari di tutto rispetto per un album che rilegge la tradizione con qualche scaglia di avanguardia a controllo numerico. \u00abOn The Road\u00bb \u00e8 un album di jazz moderno, con ottime fughe improvvisative e qualche funambolico salto oltre il linguaggio convenzionale, ma ben delimitato: il cavallo galoppa spedito, ma non a briglie sciolte. \u00abOn The Road\u00bb si pregia della riuscita collaborazione fra Art Farmer e l&#8217;altoista Art Pepper. insieme al pianista Hampton Hawes, il bassista Ray Brown e Steve Ellington o Shelly Manne alla batteria. Cinque standard ed un l&#8217;originale \u00abDownwind\u00bb composto da Hawes vengono sciorinati con estrema destrezza e con tono a volte giocoso e sornione. Una menzione speciale merita la versione in duetto di \u00abMy Funny Valentine\u00bb, dove Farmer e Hawes, si compensano e si stuzzicano a vicenda. Ognuno dei comprimari gioca un ruolo da protagonista alla pari, amministrando la regola del vantaggio dell&#8217;esperienza. Il risultato \u00e8 un set assai dinamico, e considerando quel momento storico, oserei dire stupefacente.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"718\" height=\"720\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/Art_farmer3.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1612\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/Art_farmer3.jpg 718w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/Art_farmer3-300x300.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/Art_farmer3-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 718px) 100vw, 718px\" \/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abSi potrebbe cominciare usando tre aggettivi, collaborativo, lungimirante e innovativo, per definire \u00abModern Art\u00bb, uno&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":1610,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,29,9,2,3,6,23,8,28],"tags":[138,143,70,140,139,61,40],"class_list":["post-1609","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-bebop","category-cultura","category-jazz","category-musica","category-recensione-dischi","category-ristampa-vinile","category-storia-del-jazz","category-swing","tag-art","tag-artfarmer","tag-bebop","tag-bill","tag-farmer","tag-hardbop","tag-jazz"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/Art_Farmer2-e1687092325264.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1609","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1609"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1609\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":10913,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1609\/revisions\/10913"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1610"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1609"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1609"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1609"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}