{"id":15518,"date":"2026-06-19T11:28:18","date_gmt":"2026-06-19T09:28:18","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=15518"},"modified":"2026-06-19T11:38:45","modified_gmt":"2026-06-19T09:38:45","slug":"raccolta-o-saccheggio-ai-danni-di-dollar-brand-aka-abdullah-ibrahim-enja-records-1993","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2026\/06\/19\/raccolta-o-saccheggio-ai-danni-di-dollar-brand-aka-abdullah-ibrahim-enja-records-1993\/","title":{"rendered":"Raccolta o saccheggio ai danni di Dollar Brand AKA Abdullah Ibrahim (Enja Records, 1993)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>Dopo essermi trasferito mentalmente almeno per la durata del disco nell\u2019epopea sudafricana ritorno nella civile Europa sperando che contribuisca ad allontanare le nubi nere che gravitano nel nostro malconcio mondo; con la musica e la danza il miracolo pu\u00f2 accadere.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><em><strong>\/\/ di Marcello Marinelli \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\">Questa \u00e8 una raccolta del pianista sudafricano, diversamente potremmo chiamarla <em>selezione <\/em>di brani o pi\u00f9 modernamente <em>compilation<\/em>. C\u2019\u00e8 una definizione ancora pi\u00f9 attuale: <em>track-list. <\/em>Ora questo termine, tanto in voga in epoche pi\u00f9 recenti, potr\u00e0 fare orrore a qualcuno, magari prevenuto a priori nei confronti di tutto ci\u00f2 che gira intorno alla parola <em>compilation<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Non bisogna demonizzare nessuna parola quindi nemmeno questa.<\/strong> <em>Compilation<\/em> viene dal latino <em>compilatio<\/em>,  un sostantivo declinato al femminile che significa <em>raccolta<\/em>, ma nel latino classico assume significati diversi tipo saccheggio o plagio di un\u2019opera letteraria, dal verbo <em>compilare<\/em> che vuol dire saccheggiare e mettere insieme. Forse sar\u00e0 il riferimento all&#8217;idea di un <em>saccheggio<\/em> che il termine a qualcuno risulta indigesto. Come se estrapolare da un contesto, ad esempio una composizione inclusa in un disco, mettendola all&#8217;interno di un altro, dove compaiono brani di un unico o pi\u00f9 artisti, risulterebbe sacrilego  inficiandone la qualit\u00e0 del contenuto stesso. In alcune circostanze tale obiezione risulta sensata, tanto che la <em>raccolta<\/em> rischia diventare un\u2019accozzaglia o un insieme eterogeneo senza una logica, in questo caso abbiamo a che fare con uno <em>zibaldone<\/em>, anche se c\u2019\u00e8 zibaldone e zibaldone (Leopardi docet). In ogni caso, il desiderio di riunire, nel senso di raccogliere, ha perso la valenza negativa divenendo neutra. Per intenderci, esistono raccolte buone o cattive a seconda della propria visione della musica. L\u2019antologia e lo zibaldone sono nate con i testi. <em>Antologia<\/em> significa letteralmente raccolta di fiori ed \u00e8 un mettere insieme varie contenuti in maniera ordinata e logica, mentre <em>zibaldone<\/em> significa ammassare insieme senza un nesso, alla rinfusa e in maniera casuale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Poi con il vinile sono apparsi i <\/strong><em><strong>Greatest Hits<\/strong><\/em><strong> di ogni singolo artista<\/strong> e le raccolte per strumento, genere o periodo storico. In alcuni casi sono benedette queste raccolte perch\u00e9 danno una panoramica, seppur parziale, su un artista. Personalmente accanto all\u2019acquisto delle opere del singolo artista ho sempre benvoluto i dischi <em>compilation <\/em>per farmi un\u2019idea di un artista che non conosco. Apprezzo questo tipo di pubblicazioni da edicola. Alcune mi sono piaciute e altre no e tramite questi ascolti ho scelto di seguire in maniera pi\u00f9 approfondita un musicista rispetto ad altri. Questa dedicata a Abdullah Ibrahim mi ha fatto \u00ab<em>tanto bene assaie, ma tanto tanto bene sai, \u00e8 una catena ormai e scioglie il sangue dint&#8217; &#8216;e vene sai<\/em><em>\u00bb<\/em>. Come? Sto esagerando con l\u2019introduzione? La sto facendo lunga? Se siete arrivati fino a qua siete gi\u00e0 a buon punto. Che avete da fare? Avete il sugo sul fuoco? Prendetevela comoda e rilassatevi. Come? Vi sto irritando con queste frasi fuori luogo? Non vi state rilassando per niente? Mi dispiace ma \u00e8 cos\u00ec che mi disegnano come Jessica Rabbit. Questa era una divagazione che mi potevo risparmiare ma non sono taccagno. Non sono per niente spiritoso? Vabb\u00e8 allora fate finta che queste frasi non ci siano e passate subito al capitoletto sottostante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Abdullah Ibrahim (nome adottato dopo la conversione all\u2019islam nel 1968)<\/strong> noto anche come Dollar Brand, per molti erroneamente il suo vero nome. In realt\u00e0 l\u2019anagrafe riporta Adolph Johannes Brand. <em>Dollar<\/em> nacque dal fatto che a Citt\u00e0 del Capo, luogo in cui Brand era nato, amava scambiare o comprare in dollari i dischi jazz dai marinai americani, soprattutto afroamericani, di stanza nel porto della citt\u00e0 ai tempi della seconda guerra mondiale. Da qui il suo battesimo di fuoco con il jazz. Lo stile del pianista sudafricano si alimenta della fusione dei due principali ritmi storici sudafricani, ossia il <em>marabi<\/em> e il <em>ghoema<\/em>. Il primo conduce po alle township di Johannesburg, il secondo rimanda alla comunit\u00e0 meticcia di Citt\u00e0 del Capo. Abdullah Ibrahim riusc\u00ec a fondere questi due componenti percussive col jazz dando forma e sostanza a una particolare sonorit\u00e0 che, pur affondando le radici nella africanit\u00e0, mostrava un respiro internazionale, tanto che qualcuno lo defin\u00ec subito <em>cape jaz<\/em>z. La raccolta include composizioni registrate per l\u2019etichetta tedesca Enja fondata da Matthias Winckelmann e Horst Weber a Monaco di Baviera nel 1971. Monaco di Baviera centro propulsore della produzione jazzistica europea insieme all\u2019ECM e all\u2019ACT, ovvero la Germania che non ti aspetti. Il disco raccoglie materiale che va dal 1976 al 1991 e nonostante il grande lasso temporale sembra, almeno per le mie orecchie, che l\u2019unione di queste tracce risponda a criteri di uniformit\u00e0 sonora nonostante esplori le vari tipologie espressive del pianista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>Tranne l&#8217;opener, proposto in solitudine, <\/strong><strong>\u00ab<\/strong><strong>Africa Piano<\/strong><strong>\u00bb<\/strong><strong> del 1982<\/strong> che potrebbe aver ispirato pianisti pi\u00f9 blasonati tipo Cecil Taylor o Keith Jarrett, e un paio esecuzioni in duo, tutti gli altri sono suonati da varie formazioni. Nell&#8217;atto conclusivo in tandem con Johnny Dyani in \u00abZikr\u00bb (in arabo significa ricordo) del 1979 viene rappresentata l\u2019anima spirituale del pianista e \u00abZikr\u00bb nel <em>sufismo<\/em> costituisce una pratica devozionale di preghiera. Johnny Dyani &#8211; contrabbassista sudafricano e compagno di lotta del pianista, in esilio come il leader, per la loro attivit\u00e0 anti-apartheid &#8211; partecipa alla preghiera musicale. Tragica ironia della sorte, il contrabbassista cinque anni dopo la registrazione di questo disco, muore esule a soli 40 anni, il 24 ottobre 1986 a Berlino Ovest, durante una performance al festival<em> Jazzb\u00fchne Berlin,<\/em> accasciandosi al suolo dopo un malore. Johnny Dyani non fu l\u2019unico musicista a morire durante una un live, successe anche ad Albert Ammons, il re del boogie-woogie nel 1949 e a Tiny Grimes nel 1989, tanto per rimanere solo in ambito jazzistico. Altro storico collaboratore del pianista, Carlos Ward &#8211; morto nel gennaio del 2026 &#8211; compare in cinque episodi del disco. Il polistrumentista di Panama naturalizzato statunitense in questo album suona il sax alto, il soprano e anche il flauto perfettamente udibile, anche se nelle note di copertina non viene citato. Si potrebbe pensare a una sovra-incisione.  L&#8217;episodio pi\u00f9 conosciuto dell&#8217;antologia \u00e8 \u00abManenberg revisited\u00bb (1985), uno dei motivi pi\u00f9 acclamati del pianista, anzi il pi\u00f9 famoso, diventato l\u2019inno non ufficiale del Sudafrica. Inciso per la prima volta nel 1974, divenne subito l&#8217;emblema del Paese che lottava contro la discriminazione. \u00abManenberg\u00bb si riferisce al nome di una township dove vennero deportati tutti gli abitanti del <em>District six, <\/em>un quartiere situato nel centro di Citt\u00e0 del Capo. Era il cuore pulsante della metropoli, formato da persone di diversa estrazione (ex schiavi liberati, artigiani, immigrati europei, ebrei, musulmani e commercianti indiani). Coloro che abitavano nel quartiere vennero deportati dal regime razzista con la scusa dell\u2019ordine pubblico. Quindi il valore simbolico di questa composizione va al di l\u00e0 della musica, configurandosi come un vero e proprio un inno alla libert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size wp-block-paragraph\"><strong>La registrazione di Dollar Brand giunse all&#8217;orecchio di Nelson Mandela<\/strong> &#8211; all&#8217;epoca recluso nel carcere di Robben Island &#8211; che l\u2019accolse in maniera entusiasta, definendolo \u00abpatrimonio di tutto il Sudafrica\u00bb. Le caratteristiche compositive e strumentali di \u00abManenberg\u00bb non apparteneva a nessuna etnia presente nel paese: poteva essere di tutti, tanto da diventare la colonna sonora della lotta antia-partheid. Quando Nelson Mandela usc\u00ec dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia, il pianista fu uno degli artisti che il grande leader volle al suo fianco. Il giorno dell\u2019insediamento di Mandela nel 1994, Abdullah Ibrahim esegu\u00ec \u00abManenberg\u00bb al pianoforte dando voce sonora alla lotta che aveva portato Nelson Mandela ai vertici dello stato. Ancora oggi \u00abManenberg\u00bb viene eseguita nelle commemorazioni dedicate al leader politico sudafricano. Per concludere, \u00abManenberg\u00bb non solo costituisce un pezzo di storia. \u00abManenberg\u00bb \u00e8 anche il soprannome di Basil Coetzee il sassofonista sudafricano, nato nel famoso quartiere District six il quale partecip\u00f2 alla prima incisione  che copriva l\u2019intera facciata A di \u00abCape Town Fringe\u00bb. \u00abDon\u2019t Blame Me\u00bb, famoso standard, \u00e8 l\u2019unico episodio del disco non composto o arrangiato da Abdullah Ibrahim, suonato in duo con Carlos Ward dove il connotato prettamente jazz prende il sopravvento. A seguire \u00abIza-ne zembe gawuale\u00bb e \u00abBlack And Brown Cherries\u00bb, fedeli al sound sudafricano, eseguiti ancora con Carlos Ward in evidenza. Dopo \u00abBanyana\u00bb, suonato in trio con Cecil McBee e Roy Brooks, c\u2019\u00e8 \u00abThe wedding\u00bb un tema dedicato a sua moglie, Sathima Bea Benjamin. Un componimento solenne e lirico al tempo stesso dove risalta il sax alto di Horace Alexander Young, oltremodo protagonista di \u00abToi-toi\u00bb, \u00abMeditations\u00bb e \u00abCalypso Minor\u00bb, costruzioni sonore molto diverse tra loro: il primo un brano mosso, il secondo lento e evocativo e il terzo richiama nel suo incedere sinuoso la danza, da considerare un atto di resistenza tanto quanto la marcia. \u00abPule (Rain)\u00bb \u00e8 il penultimo episodio del disco, dove ancora una volta l&#8217;improvvisato curatore della raccolta ha omesso il flautista Carlos Ward, pur avendo egli un\u2019importanza primaria nell\u2019esecuzione.  A quanto pare l&#8217;incauto compilatore, probabilmente, potrebbe avercela con i flautisti. Dopo questa carrellata di componimenti provenienti da dischi diversi il mio lato curioso sul pianista sudafricano \u00e8 stato soddisfatto e quindi non sar\u00f2 rimborsato ma il tempo impiegato nell\u2019ascolto attento di un disco non \u00e8 mai degno di rimborso. Dopo essermi trasferito mentalmente almeno per la durata del disco nell\u2019epopea sudafricana ritorno nella civile Europa sperando che contribuisca ad allontanare le nubi nere che gravitano nel nostro malconcio mondo; con la musica e la danza il miracolo pu\u00f2 accadere.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"601\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/DollarBrandX4-1024x601.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-15520\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Dollar  Brand<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo essermi trasferito mentalmente almeno per la durata del disco nell\u2019epopea sudafricana ritorno nella civile&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":16,"featured_media":15519,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2},"jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[25,9,745,563,18,768,2,3,500,6,13],"tags":[70,81,2387,2388,218,49,194,40,270,55,82,71],"class_list":["post-15518","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-blues","category-cultura","category-ethno-music","category-free-jazz","category-fusion","category-hard-bop","category-jazz","category-musica","category-post-bop","category-recensione-dischi","category-world-music","tag-bebop","tag-blues","tag-dollar-brand-aka-abdullah-ibrahim","tag-enja-records","tag-free-jazz-2","tag-fusion","tag-hard-bop","tag-jazz","tag-post-bop-2","tag-post-bop","tag-soul","tag-swing"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/DollarBrand.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15518","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/16"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=15518"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15518\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":15523,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15518\/revisions\/15523"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/15519"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=15518"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=15518"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=15518"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}