{"id":14909,"date":"2026-04-16T18:02:27","date_gmt":"2026-04-16T16:02:27","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=14909"},"modified":"2026-04-16T18:02:32","modified_gmt":"2026-04-16T16:02:32","slug":"valentin-parnakh-il-primo-jazzista-sovietico-breve-storia-di-un-concerto-fantasma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2026\/04\/16\/valentin-parnakh-il-primo-jazzista-sovietico-breve-storia-di-un-concerto-fantasma\/","title":{"rendered":"Valentin Parnakh il primo jazzista sovietico. Breve storia di un concerto fantasma"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Guido Michelone \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Nella storia del jazz afroamericano, come si sa, le origini non sono documentato su disco: bench\u00e9 l\u2019industria fonografica esista gi\u00e0 da fine Ottocento per ameno tre ragioni i primi grandi jazzmen, come i cornettisti Buddy Bolden e Freddie Keppard (e poco pi\u00f9 tradi Bunk Johnson) non lasciano traccia su 78 giri, o meglio niente per Bolden, solo incisioni minori per Keppard (materiali insomma che non restituiscono il valore dell\u2019artista), album negli anni Quaranta per Johnson, fuori tempo massimo per giudicare l&#8217;esatta filologia neworlinsese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Lo steso discorso vale per le origini del jazz, tra gli anni Dieci e Venti del XX secolo<\/strong>, negli altri Paesi (soprattutto europei), con il vantaggio, per\u00f2, che sul finire dei Twienties quando ormai con un lustro di ritardo rispetto alla bianca Original Dixieland Jazz Band, anche i neri trasferitisi a Chicago (i primissimi geni quali King Oliver, Jelly Roll Morton, Louis Arsmtrong, Sidney Bechet e appena dopo, a New York Duke Ellington e Fletcher Henderson) registrano capolavori assoluti, persino molti jazzisti francesi, italiani, tedeschi, britannici, scandinavi iniziano a entrare negli studios e a rifarsi ai modelli d\u2019Oltreoceano. Anche la Russia, in procinto di diventare Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) grazie alla Rivoluzione d\u2019Ottobre (1917), comincia a interessarsi al jazz: c\u2019\u00e8 persino una data ufficiale \u2013 il 1\u00b0 Ottobre 1922 \u2013 riguardante il primo jazz concerto sovietico, ma di cui non si sa nulla a livello di repertorio. Resta dunque ancora nel mistero il nome del primissimo brano suonato (e di quelli a seguire) di un evento memorabile di cui occorre parlare, anche per ricordare la geniale eccentrica figura del protagonista Valentin Parnakh. Quest\u2019anno ricorre il 75\u00b0 anniversario della scomparsa di Valentin Yakovlevich Parnakh, nato il 15 luglio 1891 a Taganrog (sul Mar Nero, oggi vicino alla contesa Mariupol\u2019) e scomparso, sessantenne, appunto il 29 gennaio 1951, a Mosca: figura centrale della cultura russo-sovietica in quanto poeta, traduttore, ballerino, coreografo, leader di un quotato gruppo letterario parigino, va per\u00f2 ricordato in quanto pioniere del jazz tra i bolscevichi, per quanto il polacco Krzysztof Wiernicki (1947-2019) nel libro <em>Dal divertimento dei nobili alla propaganda. Storia del jazz in Russia<\/em> (1991) sostenga che talune forme di ritmo sincopato siano gradite alla corte degli zar gi\u00e0 prima della Rivoluzione d\u2019Ottobre che, a sua volta, fa piazza pulita del corrotto regime feudale-imperialista. Dunque a Mosca il 1\u00b0 ottobre 1922, si tiene un concerto di un ensemble chiamato \u00abLa prima orchestra jazz eccentrica RSFSR di Valentin Parnakh\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Va subito notato che lo scopritore o inventore del jazz russo<\/strong> non \u00e8 propriamente un jazzman, bench\u00e9 lo ascolti presto, vivendo in Francia tra il 1913 e il 1921, dove si dedica in prevalenza alla letteratura. L&#8217;allora ventiduenne Parnakh, venendo presto eletto presidente della \u00abCamera dei Poeti di Parigi\u00bb, diventa parte dell&#8217;\u00e9lite della Ville Lumi\u00e8re, un autentico boulevardier parigino che stringe amicizia con Jean Cocteau e Pablo Picasso, i quale gli dipinge l\u2019unico ritratto dell\u2019epoca: un disegno in cui vengono immortalati i tratti distintivi del giovane scrittore, dal viso stretto e ispirato, labbra sottili e serrate e occhi freddi e determinati, insomma l\u2019immagine di un uomo che sa guardare molto lontano, soprattutto nel mondo dell&#8217;arte. Questi contatti gli servono anche a sviluppare una cultura musicologica nei confronti del nuovo sound al punto che Parnakh risulta il primo a scrivere di jazz in russo, grazie a un articolo intitolato &#8220;Jazz Band&#8221; pubblicato nel numero di marzo 1922 della rivista berlinese <em>Veshch<\/em> (<em>Cosa<\/em>), edita dal poeta e giornalista Ilya Ehrenburg. E Valentin compone anche la prima poesia futurista che menziona il jazz \u2013 \u00ab<em>Ci hanno privato del jazz \/ Oh, bara! \/ Un soffio di furia \/ Dopo un silenzio da incubo \/ Pentole che improvvisamente tremano. \/ Sistemi audio bizzarri! \/ I gong tremavano sull&#8217;asta, \/ Voci ansimanti si intensificavano, razze \/ Indomabili da qualsiasi cosa!<\/em>\u00bb \u2013 edita sulla su <em>Svezhaya Gazeta. Kultura<\/em> il 24 ottobre 2019. Ovviamente Parnakh assapora il jazz per la prima volta a Parigi attorno al 1919, quando pu\u00f2 ascoltarlo su dischi originali e dalle orchestre a seguito dell\u2019esercito statunitense in un clima di dominanza artistica fortemente progressista (per non dire di estrema sinistra, tra anarchia e marxismo) a sfidare con audacia, fantasia, permissivismo le cosiddette arti tradizionali. Nella centro cosmopolita d\u2019Oltralpe, tra Montmarte, Montparnasse, Quartier Latin, Rive Gauche, gli spontanei movimenti creativi permeano di novit\u00e0 soprattutto la letteratura, il teatro, la pittura, il cinema e la musica. Valentin \u00e8 dunque in prima linea nel movimentismo libertario ed \u00e9ngag\u00e9, fino a dedicarsi, con successo non solo alla poesia ma anche alla danza teatrale. Naturalmente, la nuova sonorit\u00e0 emergente, nella capitale francese, incisa negli Stati Uniti su dischi a 78 giri a partire dal febbraio 1917 (<em>Livery Stable Blues <\/em>dell\u2019Original Dixieland Jazz Band) ed eseguita da musicisti afroamericani in visita all\u2019Hexagone (Jim Europe e via via Sidney Bechet e Jos\u00e9phine Baker), non possono sfuggire all&#8217;attenzione della poliedrica personalit\u00e0 dell\u2019intellettuale russo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Parnakh viene insomma attratto dal jazz sia per l&#8217;insolita eccentricit\u00e0 della musica<\/strong>, sia per l&#8217;esotismo nel (rap)-presentarlo, da come si evince attraverso la descrizione di un concerto di un gruppo di musicisti neri, da lui stesso redatta: \u00ab<em>Il batterista della jazz band salta continuamente sulla sedia. Fa movimenti da seduto, come un arabo che cavalca un cammello. Si picchietta. Un manichino elastico. Lancia e riprende le bacchette mentre suona. Le incrocia. Tira la testa verso le spalle e la tira indietro di scatto. Da seduto, inciampa con la spalla espressiva. Mira e colpisce il gong con la bacchetta, facendo crollare il corpo, inarcando il polso<\/em>. <em>Il sassofonista alza in alto lo strumento, squarciando l&#8217;assalto delle sincopi con un sottile contro-suono. Il corpo del pianista afroamericano \u00e8 reclinato all&#8217;indietro; le sue spalle raggiungono il culmine dell&#8217;espressivit\u00e0; una spalla \u00e8 protesa in avanti, le dita si agitano sulla tastiera. I tocchi istantanei corrispondono alle esplosioni di molecole musicali. I distinti geroglifici dell&#8217;orchestra imitatrice sono asciutti, levigati, taglienti, fulminei nell&#8217;azione, rivelando progressioni di sentimenti diversi, tra cui nuovo pathos, gioia, ironia, nuova tenerezza<\/em>\u00bb. Nei contesti europei, all\u2019epoca, l\u2019espressione<em> jazz band<\/em> \u00e8 tradotta come <em>orchestra caotica<\/em>, terminologia importata dal Nord America bianco. Evgenij Gabriolivi\u0107 (1899-1993), che in seguito diventa famoso quale romanziere e drammaturgo, suona il pianoforte nell&#8217;eccentrica orchestra, fino a conoscere Parnakh da vicino, collaborando con lui a lungo ed essendo perci\u00f2 l&#8217;unico a poterne ricordare i dettagli; e racconta di come il primo concerto jazz in Russia si svolga in una sala che, a quegli anni, era teatro dei pi\u00f9 accesi dibattiti letterari e artistici, dove, tra scompiglio e caos, opinioni e critiche tutti si scontrano in battaglie verbali che rovesciano dogmi e pregiudizi. Valentin stesso, in precedenza estraneo alla musica, viene attratto dal jazz soprattutto per la sua novit\u00e0, modernit\u00e0, unicit\u00e0 e persino per il suo carattere scandaloso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nel 1922, Parnakh, molto ricettivo a ogni sorta di iniziativa rivoluzionaria<\/strong>, si lascia facilmente influenzare dagli slogan provenienti dalla madre patria sulla costruzione di un inedito mondo socialista e dunque ritorna in Russia, nella speranza di continuare le proprie esplorazioni creative; decide quindi di portare il jazz anche a Mosca e, prima di lasciare Parigi, porta con s\u00e9 una bizzarra serie di strumenti musicali, principalmente a percussione. Oggi \u00e8 impossibile stabilire cosa suoni l&#8217;eccentrico ensemble di Valentin al concerto del 1\u00b0 ottobre 1922; persino in seguito, dopo diversi anni di varia attivit\u00e0, il gruppo non realizza alcuna registrazione; il primo disco jazz sovietico (<em>Halleluja<\/em> e<em> Seminolla<\/em>) viene inciso solo nel 1928 dall&#8217;orchestra di Alexander Tsfasman. \u00c8 del tutto possibile che l&#8217;ensemble di Parnakh proponga una musica simile a quella eseguita dalla formazione di Galkin, Palkin, Malkin, Chalkin e Zalkind descritta da Il&#8217;ja Arnol&#8217;dovi\u010d Il&#8217;f e Evgenij Petrovi\u010d Petrov nel romanzo <em>Le dodici sedie<\/em> (1928) da cui regista americano Mel Brooks nel 1970 trarr\u00e0 il film comico <em>Il mistero delle dodici sedie<\/em>. Nel libro si parla di un quintetto che suona con bottiglie e tazze di Esmarch, mentre si sa che il sestetto di Parnakh \u00e8 composto da tromba, trombone, sassofono, pianoforte, banjo e strumenti a percussione. Inoltre, Valentin, sotto la pressione dell&#8217;esibizionismo scenico del primo jazz di inizio secolo, cerca altres\u00ec di presentare al concerto l&#8217;esotismo esteriore della nuova arte ad esempio facendo sedere, sul palco, in prima fila, Alexander Kostomolotsky truccato di nero e con un abito coloratissimo e con un enorme fiocco vistoso sul petto, intento a swingare sul una batteria attorniata da vasto assortimento di sonagli, tamburelli, maracas, campanelli e nacchere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Parnakh tiene inoltre a Mosca la prima conferenza divulgativa<\/strong> sulla cosiddetta musica sincopata, trattando le leggendarie origini e le principali caratteristiche del jazz, recitando alla fine le proprie liriche, accompagnato alla musica ed eseguendo la famosa pantomima <em>L&#8217;idolo a forma di giraffa<\/em>: si tratta di una danza con salti agili e con passi meccanici, simile a quella di un manichino, tra cadute a terra, giochi ritmici delle gambe, piroette brevissime, movimenti ondeggianti, sospinte del corpo improvvise e decise. Lo stesso Valentin dice: Battevo le costole in modo armonioso. E questo ballo diventa un&#8217;immagine scenica ironica, rimanendo una sorta di auto-rappresentazione quasi celebrativa, anche per il fatto che fisicamente Parnakh appare ci\u00f2 che oggi verrebbe definito \u2018post-human\u2019. Ad assistere all\u2019antesignana performance moderna \u2013 di cui occorre ribadirlo non esiste border\u00f2 e quindi non esistono notizie circa i brani in scaletta \u2013 vi sono illustri personalit\u00e0 del mondo artistico, tra cui il coreografo Goleizovsky, i registi Eisenstein, Forreger e Meyerhold e il ventisettenne Lazar Weissbein, che, come Leonid Utesov, verr\u00e0 poi improvvisamente soprannominato, negli anni Trenta, \u2018inventore del jazz sovietico\u2019, come accadr\u00e0 ad ulteriori musicisti, forse pi\u00f9 ligi ai diktat, giacch\u00e9, la Parnakh Jazz Band suscita, fin dal primo concerto, un vero e proprio putiferio tra gli addetti ai lavori. Alcuni accusano la nuova musica di volgarit\u00e0, pretenziosit\u00e0, futilit\u00e0 , altri l\u2019acclamano come una tappa necessaria alla storia dell&#8217;arte in progress. In tal senso il celebre direttore d&#8217;orchestra Nikolai Malko scrive che vanno riposte grandi speranze nel jazz, poich\u00e9 aveva scoperto un regno di timbri in cui la musica avrebbe dato molto in futuro: opinione condivisa all\u2019epoca da Mikhail Gnessin, educatore rinomato, musicista insigne e figura pubblica nella Russia bolscevica. Anche il grande Vsevolod Meyerhold accoglie con entusiasmo il concerto della jazz band di Valentin: ne individua uno spirito affine e invita subito il gruppo al proprio teatro sperimentale, dove l&#8217;ensemble lavora, assieme ad attori e scenografi, per circa quattro anni. Ad esempio, nell\u2019allestire la pi\u00e8ce <em>D.E. (Dateci l&#8217;Europa)<\/em> di Ilya Ehrenburg, Meyerhold sfrutta appieno la sfarzosit\u00e0 visiva e lo spettacolo circense del gruppo musicale, deliziando e al contempo scioccando il pubblico con il loro aspetto e la loro sonorit\u00e0. La jazz band di Parnakh diventa rapidamente di moda, venendo invitata a concerti pubblici, serate danzanti e persino a ricevimenti diplomatici: e nel 1924, i musicisti suonano per i delegati del V Congresso del Comintern.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nonostante gli impegni jazzistici, Valentin, ormai riconosciuto figura centrale<\/strong> della vita culturale moscovita, continua a scrivere poesie e articoli, a curare coreografie e a tradurre opere letterarie. Nel 1925 parte ancora alla volta di Parigi per un viaggio d&#8217;affari, dove rimane per sei anni, pubblicando su riviste russe per emigrati e francesi, dando alle stampe le proprie opere letterarie e continuando a tradurre autori spagnoli; tornato a Mosca, si sposa e si stabilisce definitivamente nella capitale sovietica rinunciando inspiegabilmente alla musica e al teatro per impegnarsi in esclusiva nelle traduzioni letterarie dal francese e dal castigliano. Tuttavia, continua a frequentare le figure di spicco del mondo dello spettacolo e nel 1934 appare in un piccolo ruolo nel film <em>I compagni allegri <\/em>(meglio noto come <em>Tutto il mondo ride<\/em>), primo importante musical russo diretto da Grigorij Aleksandrov (gi\u00e0 fondamentale collaboratore di Ejzenstejn). Nel 2011 il regista Mikhail Basov, durante le riprese del documentario <em>Valentin Parnakh. Non qui e non ora<\/em> scopre dai fotogrammi de <em>I compagni allegri <\/em>che il volto di Panakh \u00e8 schiarito, non si sa per quali motivi. Durante la seconda guerra mondiale, Valentin in quanto membro dell&#8217;Unione degli Scrittori, viene evacuato nella remota cittadina di Chistopol, nel Tatarstan, dove lavora come guardarobiere nella mensa del Fondo Letterario. Per inciso, la grande poetessa Marina Cvetaeva tenta di ottenere il lavoro di lavapiatti nella stessa azienda, ma \u00e8 respinta: qualche settimana dopo, si suicida.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Parnakh muore nel 1951: <\/strong>sepolto dall&#8217;Unione degli Scrittori nel cimitero di Novodevichy, nella categoria pi\u00f9 bassa secondo la gerarchia del dipartimento di letteratura, verr\u00e0 a posteriori definito \u2018un titano senza aureola\u2019. Negli anni Ottanta, in sua memoria, lo storico del jazz, Alexei Batashev organizza festival e concerti jazz, rimarcando: \u00ab<em>Ci sono molti oblio simili a quello di Parnakh. E ogni volta, si verifica un&#8217;eclissi solare nel firmamento culturale: i raggi sono visibili, ma il sole non c&#8217;\u00e8. Inoltre, nel caso istruttivo di Parnakh, l&#8217;eclissi e l&#8217;oblio non sono solo causati dal nostro crudele regime, ma dalle persone migliori e pi\u00f9 talentuose del nostro secolo<\/em>\u00bb. Nel 2000, a Mosca, vengono finalmente pubblicate una raccolta di poesie e una selezione di articoli di Parnakh, a cura di Evgeny Arenzon. Nel 2012, \u00e8 inaugurata una targa commemorativa sulla casa natale di Valentin Parnakh a Taganrog, citt\u00e0 che da allora pu\u00f2 vantare un&#8217;orchestra jazz a lui intitolata. Oltre gli scritti, sopravvivono di Parnakh tre sole immagini una fotografia del 1925, mentre balla, uno schizzo grafico dello stesso periodo e il citato fotogramma ritrovato da Basov. Per restare al jazz non occorre esagerare l&#8217;importanza di Parnakh nel contesto sovietico: grazie a lui nel 1923 appare la Leonid Varpakhovsky Orchestra, due anni dopo le formazioni di Nikolai Forreger e Yuli Meituse nel 1926 l&#8217;AMA-Jazz di Alexander Tsfasman primo ensemble jazz professionale del paese e primo a registrare un disco a 78 giri (a cui seguiranno moltissimi altri), per non parlare di Leonid Utesov \u2018inventore\u2019 di una sorta di world jazz gi\u00e0 nel 1929, uno stile poi ripreso dai neri di New Orleans.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Post scriptum. Il Valentin Parnakh di Francesco Martinelli<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Per ragioni di completezza si riporta qui ci\u00f2 che il critico Francesco Martinelli scrive all\u2019inizio dell\u2019articolo J<em>azz in Russia per i Quaderni del Jazz<\/em> in concomitanza con la diciassettesima edizione del festival \u00abVicenza Jazz\u00bb (2012) avente quale tema \u00abAlla Fiera dell\u2019Est. Sulle rotte di Marco Polo e Thelonious Monk\u00bb. E nella Russia ancora in transizione degli anni Venti sembrava esserci spazio non solo per l\u2019arte d\u2019avanguardia, ma anche per la sua funzione sociale rivoluzionaria. Il multiforme talento di Valentin Parnakh, appena tornato da Parigi, pubblic\u00f2 nel 1922 sulla rivista <em>Zrelishche <\/em>(Spettacolo) un articolo intitolato La nuova arte eccentrica: vi si trova la parola \u00abjazz\u00bb usata in Russa per la prima volta in questa forma; precedentemente veniva scritta <em>yatztz<\/em>. Egli scrisse: \u00ab<em>I nostri tempi hanno portato inaspettati sentimenti, movimenti e suoni. Ci aspettiamo una musica che non suoni familiare alle nostre orecchie. Ora in America \u00e8 emerso un tipo di orchestra destinata a creare confusione: la \u2018jazz-band\u2019. Nello stesso anno Parnakh creava on gruppo dal laborioso nome di Pervyj v RSFSR ekscentriceskij orkestr djaz-band Valentina Parnacha ossia \u2018Prima Jazz-band Orchestra Eccentrica della RSFSR (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa)\u2019 che dette il suo primo concerto il 1\u00b0 ottobre alla Casa del Teatro e della Stampa di Mosca. In origine si trattava di un sestetto con trombone, piano, banjo, batteria, e un sacco di attrezzi rumorosi come tubi musicali, percussioni di legno, nacchere, fischietti eccetera. Parnakh fu un pioniere della teatralizzazione dell\u2019orchestra; ai suoi artisti assegnava non solo parti musicali ma anche da recitare. Lui leggeva i suoi testi sull\u2019arte eccentrica, e la band forniva lo sfondo musicale. Non sono state finora trovate registrazioni di questa prima fase del jazz sovietico, ed \u00e8 possibile che non ne esistano; la maggior parte della musica dell\u2019orchestra sembra essere stata di natura rumoristica. All\u2019epoca erano infatti di moda le orchestre \u00abdi materiali produttivi\u00bb per cui ad esempio l\u2019orchestra dei metalmeccanici suonava pezzi di acciaio, blocchi e lastre di ferro, e cos\u00ec via. Parnakh venne attaccato come imitatore dei futuristi italiani, e la sua musica bollata come frastuono. Un critico scrisse: Il jazz deve essere fermato prima che sia troppo tardi\u2019. Era gi\u00e0 troppo tardi: il gruppo crebbe di numero e divent\u00f2 talmente popolare da partecipare nel 1923 a una parata del Primo Maggio. La stampa annot\u00f2 con fierezza che \u2018per la prima volta nel mondo una jazz band ha preso parte a una festa nazionale, cosa che non era mai avvenuta neppure all\u2019Ovest<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"960\" height=\"720\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/valentinparnakh2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-14911\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/valentinparnakh2.jpg 960w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/valentinparnakh2-300x225.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/valentinparnakh2-768x576.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Valentin Parnakh<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\/\/ di Guido Michelone \/\/ Nella storia del jazz afroamericano, come si sa, le origini&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":14910,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[25,9,2,3,657,7,8,28],"tags":[70,81,218,49,194,40,270,55,82,71,2208],"class_list":["post-14909","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-blues","category-cultura","category-jazz","category-musica","category-ragtime","category-recensione-libri","category-storia-del-jazz","category-swing","tag-bebop","tag-blues","tag-free-jazz-2","tag-fusion","tag-hard-bop","tag-jazz","tag-post-bop-2","tag-post-bop","tag-soul","tag-swing","tag-valentin-parnakh"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/valentinparnakh.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14909","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14909"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14909\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":14912,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14909\/revisions\/14912"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/14910"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14909"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14909"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14909"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}