{"id":12076,"date":"2025-08-27T17:42:45","date_gmt":"2025-08-27T15:42:45","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=12076"},"modified":"2025-08-27T19:45:01","modified_gmt":"2025-08-27T17:45:01","slug":"alice-coltrane-armonie-sospese-cosmologie-sonore-e-visioni-femminili-del-jazz","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2025\/08\/27\/alice-coltrane-armonie-sospese-cosmologie-sonore-e-visioni-femminili-del-jazz\/","title":{"rendered":"Alice Coltrane: armonie sospese, cosmologie sonore e visioni femminili del jazz"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Il suo jazz non \u00e8 mai neutro o esclusivamente estetico, ma diventa rituale, trasmissione e ponte tra il jazz e le culture globali. Il lascito di Alice Coltrane risiede nella capacit\u00e0 di trasformare la pratica musicale in atto di conoscenza ed in via di liberazione. La sua opera, nutrita di tradizioni eterogenee ma sempre coerente nella sua tensione verso l\u2019assoluto, rappresenta una delle pi\u00f9 alte sintesi di spiritualit\u00e0 e di arte sonora del Novecento.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>PREMESSA<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Il termine jazz spirituale ha una storia complessa ed ambivalente, il quale oscilla tra definizione musicologica, uso giornalistico e percezione mediale, e che si colloca in un contesto in cui il jazz ha sviluppato molteplici estetiche di tipo audiotattile. Il concetto di jazz spirituale nasce storicamente negli anni Sessanta, ed \u00e8 legato soprattutto a figure come John Coltrane, Pharoah Sanders, Alice Coltrane e Archie Shepp, che cercavano di estendere l&#8217;idioma oltre le forme armoniche e ritmiche canoniche, trasformandolo in esperienza rituale e meditativa. In tal senso, il termine ha radici precise ed indica un jazz che fonde elementi modali, droni, improvvisazioni libere, tecniche di overblowing, uso del canto devozionale o recitativo, e talvolta strumenti non convenzionali (arpa, organo e percussioni indiane), in un flusso che ha come scopo la trascendenza spirituale. Nella vulgata giornalistica e mediale, per\u00f2, il concetto di jazz spirituale spesso assume significati pi\u00f9 ampi e meno precisi. Viene usato per etichettare qualsiasi musica jazz che sembri \u00abmistica\u00bb o \u00absognante\u00bb, senza distinzione tra rigore compositivo, improvvisazione libera e contaminazioni con tradizioni extra-jazz. In questo contesto, suddetta definizione diventa una sorta di sigla simbolica, evocativa di trascendenza, sacralit\u00e0 ed universalismo, ma rischia di banalizzare pratiche compositive complesse o di ridurre a folklore ci\u00f2 che nasce invece da profonde ricerche armoniche e spirituali. L\u2019uso in ambito para-jazzistico o audiotattile si collega alla teoria della percezione multisensoriale, in cui il jazz spirituale agisce non solo sull\u2019orecchio, ma sul corpo e sulla coscienza dell\u2019ascoltatore, attraverso vibrazioni, densit\u00e0 sonore, dinamiche e pedali, che producono un effetto di immersione quasi sinestetica. Rebus sic stantibus, il jazz spirituale si avvicina ad un&#8217;astrazione di musica audiotattile, in cui il senso dell\u2019armonia e del ritmo non \u00e8 solo cognitivo ma fisicamente percepito, quasi rituale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Alice Coltrane, nata a Detroit, il 27 agosto del 1937, <\/strong>ricevette una formazione musicale articolata e stratificata, che le permise di muoversi con disinvoltura tra la prassi classica europea, il linguaggio jazzistico afroamericano e l\u2019improvvisazione libera. Sin da bambina suon\u00f2 l\u2019organo nelle chiese battiste di Detroit, esperienza che le trasmise non soltanto la padronanza armonica e contrappuntistica dello strumento a tastiera, ma anche il senso di collettivit\u00e0 rituale tipico delle liturgie evangeliche. Parallelamente, studi\u00f2 pianoforte classico, con una disciplina che la condusse a perfezionarsi in Europa, dove soggiorn\u00f2 a Parigi, seguendo corsi di perfezionamento presso il conservatorio e ricevette l\u2019insegnamento di Nadia Boulanger, figura centrale della didattica musicale novecentesca, ma soprattutto venne a contatto con l\u2019ambiente della musica colta europea, che le forn\u00ec un bagaglio tecnico di estrema solidit\u00e0. Determinante fu inoltre la frequentazione dgli ambienti bebop. A New York ebbe occasione di studiare con Bud Powell, il quale non le impart\u00ec tanto lezioni sistematiche quanto un\u2019iniziazione alla grammatica bop ed all\u2019arte di trasformare la tastiera in strumento di invenzione melodica e ritmica. All&#8217;interno di questo variegato sistema di formazione accademica es apprendistato jazzistico si colloca la sua peculiarit\u00e0, caratterizzata, da un lato, da una tecnica pianistica rigorosa, nutrita della tradizione classica; dall\u2019altro, l\u2019assimilazione diretta della prassi improvvisativa da uno dei massimi innovatori del pianoforte jazz. La successiva scoperta dell\u2019arpa, avvenuta dopo la morte del marito John, la vide sostanzialmente agire in veste di autodidatta. Ella non segu\u00ec mai corsi specifici, ma pieg\u00f2 lo strumento alle esigenze di un linguaggio personale, filtrando attraverso la sensibilit\u00e0 jazzistica e mistica ci\u00f2 che in altri contesti era patrimonio della tradizione orchestrale europea.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Un mattino del 1968, alla porta della casa di Alice Coltrane<\/strong> a Dix Hills, Long Island, arriv\u00f2 una consegna inattesa. Si trattava di un\u2019arpa a pedali, commissionata dal marito John poco prima di morire. Quello strumento, mai toccato n\u00e9 visto da lui, diventer\u00e0 per Alice non soltanto un lascito, ma il segno tangibile di una continuit\u00e0 oltre la soglia della vita terrena. In un\u2019intervista radiofonica del 1988, la pianista e compositrice ricordava quell\u2019episodio come l\u2019inizio di un nuovo cammino sonoro e spirituale. L\u2019arpa, dono postumo, si sarebbe trasformata nel veicolo privilegiato di una ricerca che legava musica e trascendenza. La sua celebre immagine poetica , ossia \u00ab<em>Il pianoforte \u00e8 l\u2019alba e l\u2019arpa \u00e8 il tramonto<\/em>\u00bb, sintetizza in modo mirabile la dialettica che informa tutta la sua parabola evolutiva. Da un lato la luce incandescente e l\u2019energia sorgiva del piano, dall\u2019altro la quiete, il raccoglimento e la meditazione affidati alle corde pizzicate. Nata Alice McLeod, formatasi al pianoforte classico, aveva gi\u00e0 alle spalle un solido percorso come interprete quando, nel 1965, spos\u00f2 John Coltrane. La loro unione fu, insieme, affettiva, artistica e spirituale, tanto che la musica divent\u00f2 terreno comune di una ricerca mistica, radicata da un lato nella tradizione evangelica afroamericana, dall\u2019altro nella fascinazione per la spiritualit\u00e0 indiana, mediata anche dall\u2019incontro con Swami Satchidananda. Alice, che in giovent\u00f9 aveva suonato l\u2019organo e il pianoforte durante le funzioni religiose, trasfer\u00ec in questa nuova dimensione mistica l\u2019intensit\u00e0 del canto gospel e il senso di ritualit\u00e0 collettiva che permeava la liturgia protestante. La morte improvvisa del marito nel 1967 segn\u00f2 un trauma insanabile, che la spinse sull\u2019orlo dell\u2019abbandono della musica. Il periodo di prostrazione, di insonnia e di visioni allucinatorie venne pi\u00f9 tardi descritto da lei con il termine sanscrito <em>tapas<\/em>, inteso come percorso doloroso di purificazione. L\u2019arpa giunta quasi come un lascito dall\u2019aldil\u00e0, tuttavia, la convinse a continuare. Non si trattava di una semplice prosecuzione, ma di un nuovo inizio che la condusse a delineare una propria estetica, fondata su un\u2019idea di suono come strumento di guarigione interiore e di accesso ad un sapere superiore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nel 1968 pubblic\u00f2 il suo primo album solista, <\/strong><strong>\u00ab<\/strong><strong>A Monastic Trio<\/strong><strong>\u00bb<\/strong><strong>,<\/strong> in cui l\u2019arpa campeggia accanto al pianoforte. Un concept dedicato a <em>Ohnedaruth<\/em>, nome spirituale assunto da John Coltrane. La musica di Alice apparve da subito come un intreccio di linguaggi e simboli, in cui convivevano la tensione modale del jazz coltraniano, i colori impressionisti debussiani, le suggestioni della musica indiana e un continuo richiamo all\u2019antichit\u00e0 egizia, intesa come matrice di un sapere ancestrale sottratto agli afroamericani dalla violenza della schiavit\u00f9. In questa visione afrocentrica l\u2019arpa stessa si caricava di significati come uno strumento arcaico e sacrale, capace di connettere presente e passato, terreno e divino. Tra i suoi lavori pi\u00f9 emblematici, \u00abPtah, The El Daoud\u00bb (1970) rappresenta un punto di equilibrio fra tensione intellettuale e slancio trascendente. Dedicato alla divinit\u00e0 egizia Ptah, il creatore che genera il mondo con la parola, l\u2019album si articola come un vero e proprio microcosmo sonoro. Vi partecipano Pharoah Sanders e Joe Henderson, scelti da Alice per incarnare due polarit\u00e0 interpretative: \u00ab<em>Joe \u00e8 pi\u00f9 intellettuale<\/em>\u00bb, scriveva lei, \u00ab<em>Pharoah \u00e8 pi\u00f9 astratto, pi\u00f9 trascendentale<\/em>\u00bb. Lungi dall\u2019alimentare una competizione solistica, Coltrane creava uno spazio di condivisione, una sorta di comunit\u00e0 sonora in cui l\u2019improvvisazione era esercizio spirituale ed il dialogo fra gli strumenti assumeva il valore di meditazione collettiva. La musica non come arena di virtuosismi, ma come officina di purificazione e rivelazione. Il disco, registrato nella dimensione raccolta della casa di Dix Hills, si apre con il contrabbasso di Ron Carter, che imprime un andamento marziale al brano e stabilisce il respiro dell\u2019intero ciclo. In \u00abTuryia &amp; Ramakrishna\u00bb il pianoforte di Alice si abbandona ad un blues intessuto di progressioni modali, di una delicatezza che trasfigura la tradizione in liturgia sonora. In \u00abBlue Nile\u00bb l\u2019arpa diventa protagonista, evocando un paesaggio crepuscolare in cui le linee di flauto dei due sassofonisti si avvitano come arabeschi impressionisti. Con \u00abMantra\u00bb si chiude il cerchio, mentre la simmetria interna dell\u2019album conferisce al tutto l\u2019aspetto di un rito compiuto, in cui l\u2019inizio e la fine si richiamano come alba e tramonto. Negli anni successivi, Alice Coltrane accentu\u00f2 sempre pi\u00f9 la dimensione mistica della sua arte, assumendo nel 1975 il nome di <em>Turiyasangitana<\/em>n<em>da <\/em>e fondando un<em> ashram<\/em> in California, dove la musica si fuse con la pratica spirituale fino a diventare veicolo di iniziazione e preghiera. In questo contesto il linguaggio jazzistico si apr\u00ec a strumenti tradizionali indiani, a cori devozionali, e ad una concezione del suono come veicolo di trascendenza. La sua influenza ha oltrepassato i confini del jazz, irradiandosi verso il soul, l\u2019elettronica e l\u2019hip-hop. Non \u00e8 casuale che il pronipote, il produttore Flying Lotus, abbia campionato l\u2019arpa della prozia in \u00abDrips \/\/ Auntie\u2019s Harp\u00bb, come a testimoniare la vitalit\u00e0 di una ricerca che non appartiene al passato ma continua a risuonare nelle forme sonore pi\u00f9 disparate. Anche l\u2019ultima collaborazione di Pharoah Sanders, con Floating Points e la London Symphony Orchestra in \u00abPromises\u00bb (2021), reca l\u2019impronta di quella visione, basata su un\u2019idea di musica come viaggio interiore, sospeso tra meditazione e cosmologia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Negli anni successivi al 1975, la traiettoria di Alice Coltrane<\/strong> si indirizz\u00f2 con decisione verso un universo in cui i confini fra arte musicale e disciplina spirituale tendevano a dissolversi. Come detto, assunse il nome di <em>Turiyasangitananda<\/em>, \u00abla beatitudine della musica del Signore\u00bb, e divenne guida dell\u2019<em>ashram Sai Anantam<\/em> fondato nella localit\u00e0 di Agoura, sulle colline a nord di Los Angeles. In questo contesto, la musica non fu pi\u00f9 intesa come mero linguaggio artistico, bens\u00ec come pratica devozionale, strumento di elevazione mistica e rito comunitario. Le tarde incisioni, raccolte in gran parte in dischi pubblicati in tiratura limitata e distribuiti quasi esclusivamente all\u2019interno della comunit\u00e0 religiosa, riflettono questa metamorfosi. Opere come \u00abRadha-Krsna Nama Sankirtana\u00bb (1977), \u00abTranscendence\u00bb (1977), \u00abInfinite Chants\u00bb (1990) e \u00abGlorious Chants\u00bb (1995) si collocano ai margini del mercato discografico tradizionale, ma rappresentano un corpus prezioso per comprendere la parabola spirituale dell\u2019artista. L\u2019idioma jazzistico viene progressivamente trasfigurato ed assorbito in una liturgia sonora che unisce cori devozionali, armonium, tambura, percussioni rituali e lo stesso pianoforte, ormai utilizzato con finalit\u00e0 meditative pi\u00f9 che concertistiche. In questi lavori l\u2019arpa, che era stata strumento di rivelazione nel decennio precedente, cede spesso il passo ad una vocalit\u00e0 corale che richiama le pratiche del <em>bhajan<\/em> e del <em>kirtan<\/em>. Le voci, intonate in sanscrito, si fondono in una tessitura estatica che ricorda i canti devozionali dell\u2019India, ma mantengono al tempo stesso un pathos vicino al gospel afroamericano, attraverso un sincretismo che non si esaurisce in una semplice giustapposizione, bens\u00ec si realizza in una nuova forma di spiritual jazz intrisa di ritualit\u00e0 liturgica. La dimensione domestica e comunitaria di queste registrazioni contribuisce alla loro intensit\u00e0. Le esecuzioni non aspirano alla perfezione formale, ma alla sincerit\u00e0 dell\u2019atto devozionale. Da questo punto di vista, l\u2019opera tarda di Alice Coltrane anticipa una concezione della musica come <em>sound healing<\/em>, come pratica terapeutica, che solo molti decenni pi\u00f9 tardi sarebbe stata tematizzata con tale consapevolezza nel mondo occidentale. Negli anni Novanta, in seguito ad un parziale ritorno alla ribalta pubblica, Alice Coltrane cominci\u00f2 a riproporre questa musica anche al di fuori dell\u2019ashram. La raccolta postuma \u00abThe Ecstatic Music Of Alice Coltrane Turiyasangitananda\u00bb (2017), pubblicata dall\u2019etichetta Luaka Bop, ha reso nuovamente accessibili quelle incisioni private, permettendo di cogliere la portata visionaria di una produzione che aveva rischiato di rimanere confinata a un piccolo circolo di adepti. In esse si manifesta la maturazione di una concezione radicalmente nuova del fare musica: non pi\u00f9 opera destinata all\u2019ascolto critico o estetico, ma sacramento sonoro, ponte tra umano e divino. In questo ultimo segmento della sua vita artistica, Alice Coltrane port\u00f2 a compimento la parabola iniziata con il dono dell\u2019arpa nel 1968: dalla perdita e dal dolore era emerso un linguaggio che aveva trasceso i codici del jazz per approdare a una dimensione liturgica, comunitaria, universale. La sua voce non apparteneva pi\u00f9 soltanto alla tradizione afroamericana, n\u00e9 soltanto al jazz, ma a un orizzonte spirituale capace di coniugare Oriente ed Occidente, misticismo indiano e fervore gospel, tradizione colta e canto popolare. Una musica concepita come preghiera, offerta e rivelazione, che sigilla la figura della signora Coltrane come una delle pi\u00f9 singolari ed ardite visionarie del Novecento sonoro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il rapporto di Alice Coltrane con il free jazz <\/strong>non pu\u00f2 essere inteso come mera adesione a un\u2019estetica di rottura, ma piuttosto come dialogo selettivo e spiritualizzato con un linguaggio che negli anni Sessanta si era imposto come gesto radicale di emancipazione. Quando sostitu\u00ec McCoy Tyner al pianoforte nel quartetto di John Coltrane, si trov\u00f2 immersa in un contesto in cui l\u2019improvvisazione non era pi\u00f9 soltanto variazione tematica o espansione armonica, ma autentico atto di liberazione; un linguaggio che sfidava i confini metrici, che dissolveva la tonalit\u00e0 in masse sonore e che trasformava l\u2019assolo in un\u2019esperienza quasi sciamanica. Alice assimil\u00f2 questa lezione senza per\u00f2 adottarne fino in fondo le posture pi\u00f9 aggressive e iconoclaste. Mentre il free jazz, soprattutto nella sua declinazione pi\u00f9 militante (si pensi a Ornette Coleman, Albert Ayler ed Archie Shepp), faceva della dissonanza e dell\u2019urgenza politica i propri tratti distintivi, la pianista svilupp\u00f2 un approccio diverso, ossia una scrittura che si avvaleva delle libert\u00e0 formali e timbriche del free, ma orientandole verso un orizzonte contemplativo. Le lunghe suite modali di \u00abPtah, The El Daoud\u00bb o di \u00abJourney In Satchidananda\u00bb mostrano infatti come l\u2019improvvisazione libera possa diventare strumento di meditazione collettiva, pi\u00f9 che arena di confronto competitivo tra solisti. Il contatto con Pharoah Sanders fu decisivo in questa direzione. Sanders rappresentava la voce pi\u00f9 estatica e trascendentale del free, meno interessata all\u2019urlo politico e pi\u00f9 dedita all\u2019evocazione di stati di trance. Alice ne raccolse la lezione, integrandola nel proprio universo armonico, dove la disgregazione formale tipica del free veniva da lei disciplinata in cicli ripetitivi, in bordoni e mantra musicali che aprivano lo spazio ad una forma diversa di trascendenza. Cos\u00ec il free, nel suo linguaggio, non era rottura anarchica, bens\u00ec dissoluzione dell\u2019ego strumentale a favore di un\u2019esperienza corale e rituale. Va sottolineato inoltre che la formazione classica e l\u2019attenzione a strutture armoniche di grande raffinatezza impedirono ad Alice di lasciarsi trascinare da un\u2019urgenza meramente espressionista. I cluster, gli arpeggi e le masse sonore che emergono nei suoi dischi non sono mai lacerazioni gratuite, ma assumono piuttosto la funzione di portali sonori, aperture verso un altrove mistico. In tal senso, la sua adesione al free venne filtrata e sublimata da una visione che tende a trasformare la dissonanza in vibrazione cosmica. In definitiva, Alice Coltrane non fu \u00abmusicista free\u00bb in senso ortodosso, ma utilizz\u00f2 le libert\u00e0 del free per costruire un linguaggio personale che aveva come fine non la protesta, n\u00e9 la provocazione, bens\u00ec l\u2019ascesi. Il free jazz le forn\u00ec il lessico della liberazione; lei lo trasmut\u00f2 in un rituale sonoro, in cui la dissoluzione delle regole diventava possibilit\u00e0 di avvicinarsi all\u2019assoluto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il percorso di Alice Coltrane rispetto ad altre musiciste afroamericane<\/strong> del jazz novecentesco rivela al tempo stesso affinit\u00e0 di sensibilit\u00e0 e divergenze di intenti. La sua vicenda artistica si colloca infatti in un orizzonte segnato dalla presenza di figure femminili che, pur operando in un ambiente fortemente maschile, seppero imprimere alla musica jazz una dimensione ulteriore, spesso connessa al sacro, al mito o a forme alternative di identit\u00e0. Un primo parallelo inevitabile \u00e8 quello con Dorothy Ashby, arpista anch\u2019essa di Detroit. Se Ashby aveva introdotto l\u2019arpa nel jazz a partire dagli anni Cinquanta, spingendola verso un linguaggio in cui si fondevano cool jazz, soul e suggestioni afrocentriche, Alice Coltrane ne accentu\u00f2 invece il valore trascendente, trasformandola in veicolo di meditazione cosmologica. Dove Ashby si muoveva ancora dentro la cornice dell\u2019industria discografica e del mercato radiofonico, Alice scelse di piegare lo strumento a un uso quasi liturgico, ribaltando la sua percezione come curiosit\u00e0 orchestrale in quella di medium spirituale. Un\u2019altra figura con cui Coltrane pu\u00f2 essere accostata \u00e8 Abbey Lincoln, la quale, pur cantante e non strumentista, incarn\u00f2 negli anni Sessanta una forma di espressione in cui la voce si caricava di un\u2019urgenza politica e rituale, spesso in dialogo con Max Roach e con le istanze del movimento dei diritti civili. Se Lincoln dava corpo a un canto che era protesta e rivendicazione, Alice Coltrane, pur non estranea al contesto afrocentrico, canalizzava l\u2019energia della musica in senso mistico piuttosto che politico. Entrambe, tuttavia, riconducono il jazz ad una funzione comunitaria e sacrale, rompendo con l\u2019idea di intrattenimento per salotti o club. Accanto a loro, il confronto con Sun Ra Arkestra, pur non femminile, consente di comprendere il terreno comune di una cosmologia sonora afrocentrica. Se Sun Ra elaborava una mitologia siderale che ibridava fantascienza, Egitto arcaico e rivendicazione nera, Alice Coltrane ne propose una declinazione pi\u00f9 intimista e mistica, meno teatrale e pi\u00f9 intrisa di spiritualit\u00e0 interiore. In questo senso, ella pu\u00f2 essere considerata la controparte contemplativa di un immaginario che, con altre modalit\u00e0, fu condiviso anche da musiciste come Amina Claudine Myers, organista e pianista legata all\u2019AACM, capace di unire gospel, sperimentazione e ritualit\u00e0 collettiva. Da non dimenticare, poi, Nina Simone, che in un orizzonte diverso seppe innestare la formazione classica e l\u2019impegno civile in un linguaggio che travalicava il jazz, trasformando ogni esibizione in un atto politico e spirituale insieme. Pur con finalit\u00e0 distinte, entrambe incarnano la figura della musicista che non riduce l\u2019arte a mestiere, ma la carica di un compito etico ed esistenziale. Le differenze sono tuttavia rilevanti: molte delle figure femminili afroamericane del jazz novecentesco agirono prevalentemente sul piano della rappresentazione identitaria e della denuncia sociale, mentre Alice fece della musica un percorso ascetico, distante dalle contingenze politiche. Non l\u2019urlo di protesta, bens\u00ec la contemplazione estatica; non la rivendicazione immediata, ma l\u2019ascesi cosmica. In questo senso la sua unicit\u00e0 consiste nell\u2019aver portato il jazz oltre s\u00e9 stesso, in una dimensione che non appartiene pi\u00f9 solo alla storia afroamericana o statunitense, ma si inserisce in una tradizione spirituale universale. Nel contesto europeo, si possono evocare le pianiste legate all\u2019ambito dell\u2019improvvisazione libera, come Ir\u00e8ne Schweizer in Svizzera o Jo\u00eblle L\u00e9andre in Francia (quest\u2019ultima contrabbassista e vocalist). Pur non condividendo la dimensione mistico-devozionale della vedova di Coltrane, esse hanno sviluppato un rapporto con il suono che trascende la mera esecuzione, facendo dell\u2019improvvisazione un atto di liberazione corporea e spirituale. Schweizer, in particolare, ha talvolta evocato un lirismo che, seppur radicato nella tradizione free europea, si avvicina a quella concezione di musica come energia vitale che caratterizza l\u2019universo di Alice. Nel panorama italiano, un paragone suggestivo pu\u00f2 essere stabilito con Patrizia Scascitelli, pianista formatasi a Roma e poi trasferitasi a New York negli anni Settanta, la cui opera, pur meno conosciuta, rivela un senso lirico e una tensione verso un jazz intimo, non competitivo, che dialoga con la tradizione classica. In tempi pi\u00f9 recenti, alcune figure come Rita Marcotulli hanno mostrato un\u2019attenzione simile alla dimensione atmosferica e contemplativa del suono: nelle sue composizioni affiora spesso una qualit\u00e0 meditativa che, pur non avendo la carica religiosa di Alice Coltrane, ne ricorda la ricerca di una dimensione interiore. Un\u2019analogia pi\u00f9 sottile si potrebbe trovare nella cantante e compositrice Maria Pia De Vito, che, con le sue incursioni nel repertorio napoletano antico e la sua attenzione al canto come ritualit\u00e0, manifesta una tensione affine a quella sincretica e interculturale che Alice svilupp\u00f2 tra gospel, jazz e spiritualit\u00e0 indiana. De Vito, pur non orientandosi verso l\u2019India o l\u2019Egitto, ha infatti declinato il jazz come medium di intersezione tra culture e come ponte fra linguaggi diversi, in maniera non dissimile dalla Coltrane. In ambito nordico, un\u2019altra analogia pu\u00f2 essere rintracciata nel lavoro della pianista norvegese Karin Krog (pi\u00f9 nota come cantante, ma legata a molte esperienze di improvvisazione e musica elettronica) e soprattutto nelle atmosfere sospese di molte produzioni ECM che hanno visto protagoniste donne in un contesto estetico che, pur non derivando direttamente da Alice Coltrane, ne ha condiviso la fascinazione per il suono come spazio meditativo e contemplativo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Cinque dischi \u00ablaterali\u00bb, analizzati con particolare attenzione<\/strong> alle dinamiche armoniche. Tutti insieme tracciano una parabola che non si riduce al clich\u00e9 della \u00abvedova mistica di Coltrane\u00bb, ma la rivela come architetta di uno spazio armonico radicalmente altro rispetto alle convenzioni del jazz maschile e occidentale. Se si osservano da vicino lavori come \u00abLord of Lords\u00bb (1972), \u00abEternity\u00bb (1976), \u00abTranscendence\u00bb (1977), \u00abRadha-Krsna Nama Sankirtana\u00bb (1977) e il live \u00abTransfiguration\u00bb (1978), appare chiaro che Alice Coltrane ha fatto dell\u2019armonia non un semplice meccanismo di sostegno melodico, bens\u00ec un territorio di ridefinizione spirituale. In \u00abLord Of Lords\u00bb, ultimo episodio orchestrale della sua stagione Impulse!, l\u2019armonia si dilata in masse sonore plananti, ossia cluster orchestrali che si muovono per paralleli, quinte e quarte sovrapposte che dissolvono il concetto di cadenza. Si potrebbe parlare di un\u2019armonia senza teleologia, che costruisce spazio e non tensione, anticipando quella scrittura \u00abcosmica\u00bb che sar\u00e0 la cifra della sua maturit\u00e0. Pochi anni dopo, in \u00abEternity\u00bb, la sospensione orchestrale lascia il posto a un impianto pi\u00f9 contemplativo, affidato all\u2019organo ed a progressioni modali statiche. Qui l\u2019armonia diventa atmosfera, pi\u00f9 vicina a Debussy o Messiaen che al jazz tradizionale, dove accordi plananti, triadi spezzate e impasti quartali funzionano come onde, pi\u00f9 che come strutture cadenzali. \u00c8 il punto in cui Alice rinuncia definitivamente alla dialettica funzionale per abbracciare un linguaggio aereo, dove la verticalit\u00e0 conta pi\u00f9 della direzionalit\u00e0. La rarefazione giunge al limite in \u00abTranscendence\u00bb e in \u00abRadha-Krsna Nama Sankirtana\u00bb, due lavori che sconfessano quasi del tutto la grammatica occidentale. Nell\u2019uno, l\u2019arpa stende superfici di intervalli aperti, fondati su pedali e bordoni che evocano logiche ragistiche, dove l\u2019armonia si riduce ad un cerchio statico, puro sfondo rituale per canti devozionali. Nell\u2019altro, il principio stesso di progressione armonica appare sospeso, mentre restano i droni, i bordoni organistici e la ripetizione ciclica, in cui la funzione armonica tradizionale \u00e8 trascesa a favore di un tempo circolare, in linea con la liturgia indiana. \u00abTransfiguration\u00bb, registrato dal vivo con Roy Haynes e Reggie Workman, costituisce quasi un controcanto a questo itinerario. Alice ritorna al pianoforte acustico ed alle dinamiche del trio jazzistico, ma senza rinnegare il suo cammino spirituale. Le progressioni quartali, eredit\u00e0 tyneriana, sono rese instabili da sovrapposizioni politonali, triadi giustapposte e improvvisi arresti meditativi, in cui l\u2019armonia si apre, si stratifica, si interrompe, mescolando l\u2019energia jazzistica con momenti di sospensione ascetica. \u00c8 forse il punto pi\u00f9 evidente in cui il linguaggio jazz e la dimensione spirituale si tengono in un equilibrio inquieto. In questo lotto di dischi si manifesta dunque un movimento duplice: da un lato la rarefazione progressiva dell\u2019armonia fino al bordo del silenzio (\u00abTranscendence\u00bb, \u00abRadha-Krsna Nama Sankirtana\u00bb), dall\u2019altro il ritorno intermittente a un jazz armonicamente opulento ma trasfigurato in senso mistico (\u00abTransfiguration\u00bb). L\u2019intero percorso mostra come Alice Coltrane non si sia limitata a modulare all\u2019interno dei canoni, ma abbia fatto dell\u2019armonia un campo di sperimentazione teologica, un linguaggio in cui la cadenza si scioglie nel mantra, la progressione si trasforma in contemplazione e la verticalit\u00e0 sonora diventa strumento di trascendenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il rapporto di Alice Coltrane con il terzomondismo<\/strong> e con le culture dell\u2019Africa e del Sud del mondo costituisce una dimensione fondamentale della sua ricerca estetica e spirituale, connessa alla sua visione cosmica del jazz e alla costruzione di un linguaggio armonico e timbrico radicalmente altro. Non si tratta di adesione superficiale a una moda esotica, bens\u00ec di un movimento consapevole volto a recuperare memorie culturali e spirituali che l\u2019Occidente aveva storicamente marginalizzato o cancellato. La fascinazione di Alice per l\u2019Africa, in particolare per l\u2019antico Egitto, simbolo di origine e di continuit\u00e0, il quale offre alla signora Coltrane un terreno su cui connettere la musica afroamericana alle radici di una cultura africana idealizzata e sacralizzata. Questo interesse non \u00e8 puramente simbolico, ma si fonde con la spiritualit\u00e0 afroamericana, con il gospel e con la liturgia battista della sua infanzia a Detroit, creando un sincretismo che rende la musica un ponte tra mondi, tempi e tradizioni. Negli anni Settanta, l\u2019adesione al terzomondismo si consolida in un orizzonte pi\u00f9 ampio, mentre la musica diventa veicolo di solidariet\u00e0 e riconoscimento delle culture del Sud del mondo. L\u2019uso di strumenti come l\u2019arpa, l\u2019organo elettrico e il timpano assume cos\u00ec valore simbolico: \u00e8 un richiamo alla centralit\u00e0 del ritmo, del canto e dello spazio sonoro come strumenti di coesione sociale e spirituale nelle culture marginalizzate dall\u2019Occidente. Il legame con il Sud del mondo diventa anche politico e culturale, pur se filtrato attraverso la lente spirituale. L\u2019interesse per l\u2019Africa e per l\u2019India si accompagna ad un\u2019affinit\u00e0 con i movimenti afrocentrici e panafricanisti, che negli anni Sessanta e Settanta cercavano di riscattare la memoria storica cancellata dalla tratta degli schiavi e dal colonialismo. Alice non produce testi di protesta, ma la sua musica testimonia un ritorno alla fonte, una riappropriazione simbolica di un patrimonio spirituale e culturale che appartiene al mondo nero e al Terzo Mondo in senso pi\u00f9 ampio. In questo senso, il suo jazz non \u00e8 mai neutro o esclusivamente estetico, ma diventa rituale, trasmissione, ponte tra il jazz e le culture globali. Il lascito di Alice Coltrane risiede dunque nella capacit\u00e0 di trasformare la pratica musicale in atto di conoscenza ed in via di liberazione. La sua opera, nutrita di tradizioni eterogenee ma sempre coerente nella sua tensione verso l\u2019assoluto, rappresenta una delle pi\u00f9 alte sintesi di spiritualit\u00e0 e di arte sonora del Novecento. Se il pianoforte fu per lei l\u2019alba e l\u2019arpa il tramonto, il suo percorso ha mostrato come l\u2019intera giornata del suono possa essere vissuta come un unico, ininterrotto canto di ascesi.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1019\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/AliceColtrane2-1019x1024.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-12079\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il suo jazz non \u00e8 mai neutro o esclusivamente estetico, ma diventa rituale, trasmissione e&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":12078,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,410,9,26,563,2,3,500,6,8,13],"tags":[1234,70,81,218,49,194,40,270,55,82,71],"class_list":["post-12076","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-black-amercan-music","category-cultura","category-editoriale","category-free-jazz","category-jazz","category-musica","category-post-bop","category-recensione-dischi","category-storia-del-jazz","category-world-music","tag-alice-coltrane","tag-bebop","tag-blues","tag-free-jazz-2","tag-fusion","tag-hard-bop","tag-jazz","tag-post-bop-2","tag-post-bop","tag-soul","tag-swing"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/alice1.webp","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12076","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12076"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12076\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12083,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12076\/revisions\/12083"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/12078"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12076"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12076"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12076"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}