{"id":12060,"date":"2025-08-27T07:04:00","date_gmt":"2025-08-27T05:04:00","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=12060"},"modified":"2025-08-25T22:44:36","modified_gmt":"2025-08-25T20:44:36","slug":"emmet-cohen-eredita-e-metamorfosi-del-pianismo-jazz-contemporaneo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2025\/08\/27\/emmet-cohen-eredita-e-metamorfosi-del-pianismo-jazz-contemporaneo\/","title":{"rendered":"Emmet Cohen: eredit\u00e0 e metamorfosi del pianismo jazz contemporaneo"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Nell\u2019universo pianistico di Emmet Cohen si avverte con nettezza una trama di rimandi che lo collega alle figure cardine del pianismo afro-americano del Novecento, da cui egli ha saputo trarre ispirazione senza mai cadere in una sterile imitazione. La sua tastiera, infatti, porta in s\u00e9 le tracce di una genealogia plurale.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Emmet Cohen \u00e8 uno dei jazzisti pi\u00f9 attivi sulla scena mondiale, basta dare un&#8217;occhiata ai cartelloni dei vari festival di rilievo sparsi in tutto il mondo. Pianista di raro eclettismo, Cohen risulta capace di coniugare una solida formazione accademica con un innato talento comunicativo che lo ha reso una delle personalit\u00e0 pi\u00f9 significative della sua generazione. Il percorso artistico, avviato precocemente all\u2019et\u00e0 di tre anni, si \u00e8 nutrito dapprima della disciplina del pianoforte classico presso la Divisione Pre-College della <em>Manhattan School Of Music<\/em>, per poi approdare a un consolidamento accademico che lo ha visto laurearsi alla <em>Frost School Of Music<\/em> dell\u2019Universit\u00e0 di Miami e perfezionarsi con un master ancora alla <em>Manhattan School Of Music<\/em>. Questa duplice tensione tra rigore tecnico e libert\u00e0 espressiva ha costituito la matrice di un linguaggio pianistico che unisce virtuosismo, lirismo e profonda attenzione all\u2019interazione con gli altri musicisti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il debutto discografico, avvenuto nel 2011 con \u00abIn the Element\u00bb<\/strong> in trio con Joe Sanders e Rodney Green, manifesta gi\u00e0 l\u2019attenzione di Cohen alla dimensione collettiva del fare jazz: il pianoforte non come strumento di mera esposizione individuale, ma quale catalizzatore di energie dialogiche. Tale attitudine trova ulteriore conferma in \u00abInfinity\u00bb (2013), lavoro che lo vede al fianco di Giuseppe Venezia ed Elio Coppola, esponenti di rilievo della scena jazzistica italiana, a testimonianza di una vocazione internazionale che non si limita ai circuiti statunitensi. L\u2019anno successivo, con \u00abQuestioned Answer\u00bb, Cohen intreccia il proprio percorso con due figure di grande autorevolezza come Brian Lynch e Billy Hart, delineando un itinerario musicale che si fonda su un costante dialogo con i maestri e su una spiccata sensibilit\u00e0 per la tradizione. Il progetto forse pi\u00f9 emblematico della sua visione artistica \u00e8 rappresentato dalla \u00abMaster Legacy Series\u00bb, iniziata nel 2017, un ciclo discografico concepito come atto di filiazione e di trasmissione culturale. In esso Cohen invita leggendari interpreti quali Jimmy Cobb, Ron Carter, Albert \u201cTootie\u201d Heath, Benny Golson e George Coleman a condividere il palco e lo studio di registrazione, creando un corpus di testimonianze sonore le quali, pi\u00f9 che celebrare, intendono tramandare un lascito musicale. In queste collaborazioni, la sua pianistica si modella come terreno fertile in cui si intrecciano memoria storica ed invenzione, rigore stilistico e freschezza improvvisativa. La poetica di Cohen non si riduce a un esercizio di stile o a un brillante virtuosismo tecnico, bens\u00ec tende a una concezione del jazz come esperienza di comunione: \u00ab<em>suonare significa esprimere l\u2019essenza pi\u00f9 intima della propria individualit\u00e0 e, insieme, intessere vincoli duraturi con l\u2019ascoltatore<\/em>\u00bb. Tale dichiarazione di intenti trova riscontro non solo nella produzione discografica, ma anche nella sua intensa attivit\u00e0 concertistica ed in iniziative di divulgazione digitale come la serie \u00abLive From Emmet\u2019s Place\u00bb, che durante la pandemia ha trasformato il suo appartamento newyorkese in un laboratorio di resistenza culturale, capace di attrarre un pubblico planetario e di ribadire la vitalit\u00e0 del jazz come arte viva e condivisa. Il percorso di Cohen si colloca cos\u00ec in una prospettiva che non indulge in nostalgie museali, ma rinnova la tradizione attraverso un gesto creativo fondato sull\u2019ascolto reciproco e sull\u2019urgenza di mantenere il jazz come linguaggio contemporaneo. In lui si riconosce la tensione di una generazione che, pur consapevole dell\u2019eredit\u00e0 dei maestri, non rinuncia a elaborare nuove forme di comunicazione musicale, dando voce a un\u2019idea di arte intesa come continuit\u00e0, dialogo e responsabilit\u00e0 verso il futuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nell\u2019universo pianistico di Emmet Cohen si avverte<\/strong> con nettezza una trama di rimandi che lo collega alle figure cardine del pianismo afro-americano del Novecento, da cui egli ha saputo trarre ispirazione senza mai cadere in una sterile imitazione. La sua tastiera, infatti, porta in s\u00e9 le tracce di una genealogia plurale, che intreccia il lirismo sofisticato di Bill Evans con la robusta architettura armonica di McCoy Tyner, la sobriet\u00e0 cantabile di Ahmad Jamal e la vitalit\u00e0 inesauribile di Oscar Peterson. Dal primo eredita la cura minuziosa del colore timbrico e la capacit\u00e0 di trasformare l\u2019accordo in una nube cangiante, in cui ogni nota vibra come parte di un continuum poetico; da Tyner assimila il senso della monumentalit\u00e0, con accordi quartali che conferiscono ampiezza orchestrale allo strumento; da Jamal raccoglie l\u2019arte della rarefazione e del silenzio, la gestione teatrale dello spazio sonoro, la propensione a trasformare il non detto in tensione musicale; da Peterson, infine, accoglie l\u2019irrefrenabile agilit\u00e0 tecnica e il gusto per la brillantezza, senza mai rinunciare al senso dello swing pi\u00f9 autentico. Ma la sua tavolozza non si esaurisce qui. Vi si ritrovano anche le ombre profonde e bluesy di Wynton Kelly, il fraseggio narrativo di Hank Jones, la ricercata linearit\u00e0 di Tommy Flanagan, fino a risuonare con l\u2019energia contagiosa di Phineas Newborn Jr. La sua cifra pianistica, in tal senso, pu\u00f2 essere interpretata come una sintesi dinamica di modelli eterogenei, in cui la tradizione afro-americana non viene mai citata come reliquia, bens\u00ec riattivata come linfa vitale. L\u2019affinit\u00e0 con questi grandi maestri non consiste in un calco superficiale, bens\u00ec nella condivisione di un principio estetico: il pianoforte come voce capace di coniugare disciplina e libert\u00e0, radicamento ed invenzione. Come Evans, Cohen ricerca la dimensione contemplativa; come Peterson e Tyner, non rinuncia alla potenza del gesto; come Jamal, riconosce al silenzio un ruolo costitutivo. Il suo stile, dunque, si colloca in un orizzonte di continuit\u00e0, in cui il passato diviene matrice di un presente vivo, rielaborato con una sensibilit\u00e0 contemporanea. In definitiva, i modelli di riferimento di Emmet Cohen non sono semplici fari da seguire, bens\u00ec interlocutori immaginari con cui intrattiene un dialogo costante. Attraverso essi egli ribadisce l\u2019idea di jazz come tradizione in divenire, una lingua collettiva che si rinnova nel momento stesso in cui viene pronunciata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>La traiettoria estetica di Emmet Cohen, pur radicata<\/strong> nella tradizione afro-americana, rivela consonanze significative con alcune figure europee contemporanee che, in modi differenti, hanno interpretato il pianoforte jazz come strumento di dialogo intergenerazionale e come veicolo di una poetica al contempo colta e accessibile. Non si tratta di somiglianze epidermiche, bens\u00ec di affinit\u00e0 sotterranee, di un comune <em>habitus<\/em> musicale che tende a coniugare perizia tecnica, profondit\u00e0 culturale e vocazione comunicativa. Si pensi, ad esempio, a Stefano Bollani, la cui cifra ironica e teatrale cela una serissima capacit\u00e0 di muoversi tra generi e linguaggi con spirito ludico ed insieme rigoroso. Cohen, come Bollani, sembra concepire il concerto non solo come esecuzione ma come rito comunitario, luogo di scambio e di vitalit\u00e0 condivisa. Diversa, ma altrettanto pertinente, \u00e8 la parentela con Enrico Pieranunzi, custode di una linea poetica in cui la raffinatezza armonica e la cantabilit\u00e0 melodica si fondono con una disciplina formale ereditata dal pianismo classico europeo. Cohen manifesta una sensibilit\u00e0 affine quando scolpisce linee trasparenti e liriche, senza indulgere nell\u2019eccesso ornamentale. Un\u2019altra analogia pu\u00f2 rintracciarsi nel percorso di pianisti nordici come Bobo Stenson o Tord Gustavsen, interpreti che hanno saputo innestare nella grammatica jazzistica un senso di sospensione e di rarefazione, quasi una dilatazione contemplativa del tempo sonoro. In Cohen, pur con una matrice pi\u00f9 swingante e ritmicamente radicata, si ritrova la medesima attenzione all\u2019introspezione, al respiro del fraseggio, alla capacit\u00e0 di creare atmosfere fitte con un uso calibrato del pedale e del silenzio. In senso pi\u00f9 ampio, si potrebbe dire che Cohen condivide con molti pianisti europei l\u2019idea di un jazz che non vive di pure citazioni, ma di relazioni culturali: da una parte il rigore accademico e la conoscenza del repertorio classico; dall\u2019altra la volont\u00e0 di mantenere viva la pulsazione afro-americana che costituisce l\u2019essenza del genere. Se Bollani rappresenta la dimensione estroversa e Pieranunzi quella intimista, se Stenson e Gustavsen incarnano la spiritualit\u00e0 rarefatta del Nord, Cohen sembra collocarsi in un crocevia ideale, capace di sintetizzare le qualit\u00e0 di ciascuno pur rimanendo fedele al cuore pulsante della tradizione statunitense. In questa prospettiva, i modelli europei non appaiono come semplici punti di riferimento stilistici, ma come paralleli artisti che, pur da contesti differenti, condividono con Cohen la consapevolezza che il jazz del XXI secolo debba essere al tempo stesso memoria, invenzione e testimonianza viva di un\u2019arte in continua trasformazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il confronto fra Emmet Cohen e Manuel Magrini, giovane pianista umbro<\/strong> di notevole sensibilit\u00e0, permette di cogliere come due percorsi diversi, uno radicato nel cuore del vernacolo afro-americana e l\u2019altro sviluppatosi nel contesto europeo, possano convergere su alcuni punti e divergere su altri, generando un terreno di osservazione fecondo. Sul piano ambientale, Cohen porta con s\u00e9 l\u2019eredit\u00e0 della scena newyorkese fatta di club, jam session ed un tessuto musicale intriso di storia, in cui il lineage con i maestri non costituisce un dato accademico ma un\u2019esperienza diretta. L\u2019idea di jazz che lo anima risulta dunque inseparabile da un contesto urbano pulsante, in cui la memoria dei leggendari trii e quartetti continua a vivere come pratica quotidiana. Magrini, al contrario, si \u00e8 formato in un ambiente pi\u00f9 decentrato e meno immerso nel mito afro-americano, ma proprio per questo ha sviluppato un\u2019attenzione peculiare al rapporto con la musica europea, il dialogo con la tradizione colta, l\u2019apertura verso linguaggi popolari mediterranei ed un rapporto con il silenzio che riflette, quasi simbolicamente, una geografia pi\u00f9 rarefatta. Dal punto di vista armonico, Cohen predilige una scrittura che integra il lessico bebop e post-coltraniano con la fluidit\u00e0 evansiana, ossia accordi quartali che conferiscono respiro orchestrale, sostituzioni raffinate che allargano il campo tonale ed una propensione costante al cromatismo come strumento di modulazione. Magrini si muove invece verso una concezione pi\u00f9 lirica e contemplativa, in cui la progressione accordale non sempre cerca la tensione risolutiva, ma si apre a variazioni modali ed a spazi vuoti che evocano, pi\u00f9 che la dialettica del II-V-I, l\u2019atmosfera della musica europea del Novecento, da Debussy a Messiaen. Se Cohen lavora per intensificazione, Magrini preferisce attenuazione e trasparenza. Sul piano stilistico, la differenza diventa ancora pi\u00f9 netta. Cohen conserva un\u2019energia swingante e comunicativa che gli deriva dalla frequentazione costante con la tradizione afro-americana, in la sua improvvisazione appare spesso simile ad un discorso teatrale, un dialogo vivace che invita l\u2019ascoltatore a condividere il ritmo e la vitalit\u00e0 del momento. Magrini, invece, si avvicina ad un\u2019estetica pi\u00f9 introspettiva, talora cameristica, in cui il suo tocco leggero e il senso della dinamica lo conducono a una narrazione musicale che evoca immagini pi\u00f9 pittoriche che teatrali, con ampi paesaggi sonori che si aprono come orizzonti vaporizzati. In definitiva, Cohen rappresenta il prosieguo e l\u2019evoluzione di una tradizione identitaria, in cui il jazz sembra essere anzitutto memoria condivisa e rito collettivo; Magrini, pur non rinnegando il legame con l\u2019idioma afro-americano, rivela invece una vocazione europea, pi\u00f9 individuale e contemplativa, che si misura con il silenzio e con la luce del suono. La loro affinit\u00e0 sta nella ricerca di un pianoforte inteso come universo totalizzante ed olistico, capace di contenere contrappunto, colore e ritmo; la loro distanza emerge nella prospettiva culturale che li alimenta: urbana, dialogica e swingante per Cohen, lirica, diradata e mediterranea per Magrini.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>L\u2019idioma pianistico di Emmet Cohen si fonda su un lessico<\/strong> armonico che coniuga radici bebop, sofisticazioni post-coltraniane ed una cura per la sonorit\u00e0 che rivela l\u2019eco della tradizione classica. Le sue progressioni non si limitano a reiterare i clich\u00e9s delle sostituzioni tonali, ma cercano piuttosto di generare un continuum fluido in cui la funzione accordale si piega a esigenze narrative: l\u2019accordo non appare soltanto un vincolo, ma un nodo da cui dipanare un discorso che procede per tensioni e rilassamenti calibrati con estrema lucidit\u00e0. La pratica dell\u2019accordo quartale, retaggio di McCoy Tyner, affiora spesso nelle sue fughe in solitaria, conferendo al tessuto sonoro un&#8217;opulenza verticale che trascende la tradizionale gerarchia tonica-dominante. Tuttavia, Cohen non indulge nella monumentalit\u00e0 statica, ma integra queste strutture con una mobilit\u00e0 melodica di matrice evansiana, in cui le sovrapposizioni armoniche si dissolvono in veli trasparenti e scintillanti. Ne risulta un equilibrio sottile fra verticalit\u00e0 e linearit\u00e0, fra architettura e canto. Il trattamento delle cadenze rivela inoltre un gusto spiccato per la modulazione inattesa. Le cadenze II-V-I, colonna portante del linguaggio jazzistico, vengono spesso deviate attraverso sostituzioni tritoniche, cromatismi discendenti o slittamenti modali che creano un effetto di interruzione momentanea, quasi un rinvio del compimento atteso. In tal senso Cohen si mostra debitore della lezione di pianisti come Hank Jones o Tommy Flanagan, i quali avevano gi\u00e0 trasformato la tradizione bop in un laboratorio di eleganza armonica e di sottile sofisticazione. La sua sensibilit\u00e0 ritmica, infusa di swing inossidabile, non si accontenta tuttavia di ribadire la pulsazione, tanto che frequentemente si coglie una predilezione per la poliritmia, per l\u2019uso di figure asimmetriche che scivolano sopra la scansione regolare del tempo, creando un senso di accelerazione o di attesa. Tale concezione ritmica si annoda con l\u2019armonia, poich\u00e9 Cohen impiega dislocazioni metriche come strumenti di modulazione percettiva, ossia un voicing spostato leggermente fuori battuta che assume cos\u00ec la funzione di vera e propria cadenza sospesa. Il trattamento del registro rivela infine una dimensione orchestrale, in cui le note basse sono spesso scolpite con forza per stabilire radici solide, mentre la mano destra si libra in figurazioni contrappuntistiche, quasi evocando un dialogo a pi\u00f9 voci. Non di rado il pianoforte si trasforma in un ensemble autosufficiente, dove walking bass, linee melodiche ed accordi sincopati convivono simultaneamente, proiettando una concezione del pianismo come assolutismo sonoro. Ci\u00f2 che colpisce, in ultima analisi, \u00e8 la capacit\u00e0 di Cohen di mantenere sempre vivo il rapporto tra invenzione e memoria, mentre le sue scelte armoniche, pur intrise di modernit\u00e0, restano radicate nella grammatica afro-americana del blues, del gospel e del songbook, che agiscono come linfa segreta sotto la superficie. Cos\u00ec, il suo jazz si sviluppa come un organismo in perenne trasformazione, capace di trasmettere un senso di continuit\u00e0 storica pur restando permeabile alle inquietudini e alle possibilit\u00e0 del presente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Tra le molte pubblicazioni che costellano il suo percorso artistico<\/strong> alcuni lavori assumono il valore di vere e proprie pietre miliari, non tanto per la loro funzione di tappe cronologiche quanto per la loro capacit\u00e0 di rivelare, di volta in volta, una diversa angolazione del suo universo espressivo. Ogni album si offre come un laboratorio sintattico, in cui la forma e gli accordi vengono riplasmati, ma anche come un\u2019esperienza emozionale che travalica il puro ascolto, inscrivendosi in una pi\u00f9 ampia costellazione di riferimenti artistici. Il primo, \u00abIn the Element\u00bb (2011), reca l\u2019impronta di un esordio non acerbo ma gi\u00e0 sorprendentemente consapevole. La sintassi musicale vi appare serrata, quasi come un flusso narrativo privo di esitazioni, in cui il pianoforte si muove con una linearit\u00e0 che richiama l\u2019eleganza della prosa di uno scrittore novecentesco, capace di rendere naturale anche la complessit\u00e0. A livello emozionale si coglie una tensione verso l\u2019affermazione di s\u00e9, simile alla pennellata energica di un giovane pittore che, pur guardando ai maestri, intende imprimere sulla tela il segno inconfondibile della propria mano. Con \u00abInfinity\u00bb (2013) la scrittura armonica si distende in ampie frasi che sembrano respirare oltre la misura, evocando quasi la spazialit\u00e0 di un\u2019architettura che gioca con la luce e con le ombre. Le modulazioni inattese appaiono come archi di volta che si aprono su inedite prospettive, mentre l\u2019ascoltatore viene condotto dentro un paesaggio sonoro che richiama l\u2019arte filmica caratterizzata non pi\u00f9 da una linearit\u00e0 narrativa, ma da una sequenza di quadri emotivi, con improvvisi cambi di inquadratura. L\u2019elemento lirico si si lega con una sorta di cinematografia sonora, in cui la musica sembra suggerire montaggi e dissolvenze. Il successivo \u00abQuestioned Answer\u00bb (2014) segna un ulteriore passo in avanti sul piano espressivo. La costruzione sintattica assume i contorni di un dialogo serrato, come in un dramma teatrale in cui le voci dei musicisti si rincorrono e si contraddicono. Gli spazi lasciati al silenzio non sono meri intervalli, ma pause cariche di significato, equivalenti agli sguardi e ai gesti di un attore sul palcoscenico. L\u2019emozione che ne deriva non \u00e8 pi\u00f9 quella dell\u2019esuberanza giovanile, ma la complessit\u00e0 di una scrittura che accetta l\u2019ambiguit\u00e0, come un testo poetico che si nutre di chiaroscuri e di sospensioni semantiche. La \u00abMaster Legacy Series\u00bb, inaugurata nel 2017, rappresenta invece un progetto corale, assimilabile a una grande opera figurativa in cui un giovane artista dipinge accanto ai maestri pi\u00f9 venerati. Ogni volume della serie funziona come un pannello di polittico, dove la sintassi musicale si fa pi\u00f9 ariosa, perch\u00e9 Cohen lascia spazio a voci autorevoli come quelle di Jimmy Cobb, Ron Carter o Benny Golson, ed in cui egli costruisce trame armoniche che fungono da cornici, valorizzando la figura al centro del quadro. Emozionalmente si percepisce una sorta di riverenza creativa, non servile ma animata da quella tensione che lega l\u2019allievo al maestro. Tanto che il risultato somiglia ad un affresco rinascimentale in cui si sovrappongono mani diverse, ma unificate da una stessa idea di bellezza. Infine, le registrazioni nate dalla serie digitale \u00abLive From Emmet\u2019s Place\u00bb &#8211; che hanno successivamente trovato anche forma discografica &#8211; si impongono come messa in scena del presente. La scrittura abbandona qualsiasi pretesa di monumentalit\u00e0 per assumere il carattere dell\u2019istantaneo, del gesto catturato nel suo realizzarsi. La sintassi risulta pi\u00f9 aperta, pi\u00f9 assorbente, simile a un quaderno di appunti che si trasforma, in tempo reale, in opera compiuta. Dal punto di vista emotivo, l\u2019ascolto restituisce la vitalit\u00e0 di un happening creativo, dove jazz, immagine ed interazione con il pubblico si fondono in una dimensione performativa che richiama le arti visive contemporanee, in particolare quelle installazioni che esistono solo nella condivisione del momento. Questi cinque nuclei creativi, cos\u00ec diversi ed al tempo stesso legati, delineano il ritratto di un musicista che non si limita a ripercorrere i modelli della tradizione, ma li trasfigura in esperienze estetiche che si connettono con la letteratura, il teatro, la pittura ed il cinema, inscrivendo il proprio gesto pianistico in una pi\u00f9 vasta concezione dell\u2019arte come atto di memoria ed, al contempo, di rinnovamento.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"643\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/emmet-cohen3-1024x643.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-12064\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><strong><em>Emmet Cohen<\/em><\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell\u2019universo pianistico di Emmet Cohen si avverte con nettezza una trama di rimandi che lo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":12063,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,29,9,26,768,2,3,500,6,8],"tags":[70,81,1229,218,49,194,40,721,270,55,82,881,71],"class_list":["post-12060","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-bebop","category-cultura","category-editoriale","category-hard-bop","category-jazz","category-musica","category-post-bop","category-recensione-dischi","category-storia-del-jazz","tag-bebop","tag-blues","tag-emmet-cohen","tag-free-jazz-2","tag-fusion","tag-hard-bop","tag-jazz","tag-manuel-magrini","tag-post-bop-2","tag-post-bop","tag-soul","tag-stefano-bollani","tag-swing"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/emmet_Cohen1-e1756154500854.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12060","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12060"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12060\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12065,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12060\/revisions\/12065"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/12063"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12060"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12060"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12060"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}