{"id":11590,"date":"2025-07-16T22:35:26","date_gmt":"2025-07-16T20:35:26","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=11590"},"modified":"2025-07-16T22:35:30","modified_gmt":"2025-07-16T20:35:30","slug":"kamasi-washington-una-dialettica-sonora-in-perenne-divenire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2025\/07\/16\/kamasi-washington-una-dialettica-sonora-in-perenne-divenire\/","title":{"rendered":"Kamasi Washington: una dialettica sonora in perenne divenire"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Washington non si limita a citare o ad omaggiare le grandi voci del jazz post-bellico. Egli ne rielabora i codici attraverso una pratica di sintesi culturale che incorpora estetiche hip-hop, spiritualit\u00e0 etiopica, orchestrazione hollywoodiana, black-consciousness e cosmopolitismo diasporico. In un&#8217;epoca frammentaria e post-genere, la sua musica si propone come forma di resistenza ed appartenenza, nonch\u00e9 come teologia sonora dell&#8217;interconnessione.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Kamasi Washington rappresenta una figura-ponte tra la memoria e la trasformazione, tra la liturgia del passato e la fluidit\u00e0 del presente. La sua opera non si delinea come mero tributo agli archetipi del jazz post-bellico, bens\u00ec come rielaborazione organica di una tradizione viva, permeabile, intergenerazionale. Il suo lessico musicale non ricalca, ma rilancia: \u00e8 un linguaggio che media tra spiritualit\u00e0 e materialit\u00e0, tra coscienza storica e desiderio di rinnovamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il sassofonista losangelino, classe 1981,<\/strong> si conferma come una delle figure pi\u00f9 emblematiche della rinascita jazzistica contemporanea, capace di unire l\u2019istanza della tradizione afroamericana con una costante tensione verso l\u2019innovazione formale e contenutistica. Sassofonista, compositore e arrangiatore, Washington ha saputo elaborare una poetica musicale che si nutre tanto delle radici del jazz spirituale e modale, quanto delle contaminazioni con il funk, la fusion e, in maniera sempre pi\u00f9 marcata, con il linguaggio dell\u2019hip-hop e della cultura urbana. Il suo pi\u00f9 recente lavoro discografico, \u00abFearless Movement\u00bb (2024), quinto album in studio, rappresenta un ulteriore tassello di un percorso artistico coerente e ambizioso, in cui il movimento fisico e simbolico viene tematizzato attraverso la metafora della danza. Pur non configurandosi come un album \u00abda ballo\u00bb nel senso pi\u00f9 stretto del termine, esso pone al centro la corporeit\u00e0 come veicolo di espressione, come elemento fluido, mutevole ed elastico. Tale prospettiva si collega in maniera organica ai nuclei concettuali gi\u00e0 esplorati nei precedenti \u00abThe Epic\u00bb, monumentale opera tripla, consacra la sua visione musicale fondata su un sincretismo tra spiritualit\u00e0, coscienza sociale e rigore formale, ricevendo ampi consensi critici e tre premi dalla rivista DownBeat. (2015) e soprattutto \u00abHeaven And Earth\u00bb (2018), nel quale il sassofonista sviluppava una riflessione sulla trasmissione intergenerazionale e sulla contaminazione dei linguaggi musicali. Formatosi nell\u2019ambiente creativo di Los Angeles e cresciuto in una famiglia di musicisti, Washington ha saputo affermarsi a livello internazionale grazie a un approccio creativo profondamente collettivo e multidisciplinare. Centrale nel suo percorso \u00e8 la collaborazione con l\u2019album \u00abTo Pimp a Butterfly\u00bb di Kendrick Lamar (2015), crocevia fondamentale tra jazz e hip-hop che segna una svolta epocale nel panorama della Black Music. La poetica di Washington si struttura su una concezione relazionale della musica, in cui l\u2019individualit\u00e0 del musicista si dissolve in una dimensione comunitaria. Tale ethos collaborativo si riflette tanto nelle frequenti interazioni con artisti come Robert Glasper, Terrace Martin, Thundercat e George Clinton, quanto nella composizione di lavori destinati a contesti differenti, come la colonna sonora del documentario <em>Becoming<\/em> su Michelle Obama, che gli \u00e8 valsa una doppia candidatura ai Grammy ed agli Emmy.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>In particolare, il legame con John Coltrane<\/strong> costituisce l&#8217;asse portante della poetica washingtoniana. Tuttavia, ci\u00f2 che emerge non \u00e8 una filiazione mimetica, bens\u00ec un dialogo trasversale. Kamasi raccoglie la tensione spirituale del Coltrane pi\u00f9 tardo (<em>A Love Supreme<\/em> ed <em>Ascension<\/em>), la carica escatologica del suo suono, ma la traspone in strutture orizzontali, largamente orchestrate, di respiro cinematografico. Mentre Coltrane scavava nella verticalit\u00e0 ascetica della ricerca tonale, Washington costruisce affreschi sinfonici su lunghe arcate modali, inserendo voci corali, elettronica atmosferica, elementi funk e hip-hop. John Coltrane rappresenta, per Washington, molto pi\u00f9 che un punto di riferimento stilistico: \u00e8 un riferimento fondativo, quasi mitico, che incarna la possibilit\u00e0 di un jazz capace di trascendere la forma per accedere a una dimensione trascendentale. Le grandi suite modali di Coltrane costituiscono l\u2019archetipo del jazz come esperienza mistica, come viaggio interiore e collettivo, come preghiera sonora. Washington raccoglie questa eredit\u00e0 spirituale, aggiornandola alle sensibilit\u00e0 contemporanee: la sua musica, come quella di Coltrane, aspira a essere al contempo un grido di protesta ed un atto di guarigione, un gesto comunitario ed una ricerca personale. Tale eredit\u00e0 si manifesta non solo nei toni solenni e nell\u2019uso di strutture estese , ma anche nell&#8217;approccio alla spiritualit\u00e0 come forza compositiva. Washington, come Coltrane, attribuisce alla musica un potere sacrale, rifuggendo tanto la leggerezza dell\u2019intrattenimento quanto il formalismo sterile. La scelta della lingua della tradizione ortodossa etiope, si inserisce esattamente in questo quadro: \u00e8 una testimonianza di un&#8217;arte che guarda all\u2019Africa non come ornamento esotico, ma come fonte primaria di senso e identit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Diversamente da Ornette Coleman<\/strong>, di cui non adotta l&#8217;armolodia n\u00e9 la radicalit\u00e0 formale, Washington incarna per\u00f2 lo stesso ethos libertario. L&#8217;idea di una musica che decostruisce la gerarchia, che si nutre dell&#8217;improvvisazione collettiva e della stratificazione dei significati, \u00e8 comune ai due. Nel suo ensemble, la leadership \u00e8 distribuita; la narrazione \u00e8 plurale, non lineare, e ogni sezione \u00e8 portatrice di autonomia espressiva. Washington non adotta direttamente le soluzioni atonali e frammentarie del free jazz classico, ma ne assorbe l\u2019impulso liberatorio. Nei suoi lavori, la libert\u00e0 non \u00e8 caos, ma apertura; la forma non \u00e8 abolita, ma resa porosa, mobile, aperta alla contaminazione. La centralit\u00e0 dell\u2019improvvisazione collettiva, la fluidit\u00e0 delle transizioni e la vocazione utopica del suono testimoniano quanto l\u2019insegnamento di Coleman sia stato assimilato in profondit\u00e0: Washington costruisce un jazz che non \u00e8 definito da una grammatica, ma da una visione del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il legame con Miles Davis, invece, si manifesta<\/strong> soprattutto nell&#8217;adesione alla contaminazione e al sincretismo. Il Miles elettrico di Bitches Brew e On the Corner \u00e8 il punto di contatto pi\u00f9 evidente: groove ciclici, timbriche sature, sovrapposizione di layers. Tuttavia, laddove Miles cercava il punto zero della forma attraverso la sottrazione, Washington costruisce monumenti narrativi, strutture cumulative in cui la densit\u00e0 sonora \u00e8 veicolo di trascendenza e coralit\u00e0. Davis \u00e8 stato forse il musicista che pi\u00f9 di ogni altro ha rifiutato la fissit\u00e0 stilistica, attraversando con lucidit\u00e0 ogni fase del jazz moderno, dal bebop al cool, dal modalismo all\u2019elettronica, fino alle avanguardie afro-futuriste. Washington, nel suo dialogo costante con l\u2019hip-hop, la musica cinematografica, il soul e il funk, si iscrive pienamente in questa linea. Come Davis, Washington costruisce un universo sonoro stratificato, in cui la tecnologia, la produzione e la forma canzone si affiancano all\u2019improvvisazione e alla spiritualit\u00e0. Anche la scelta di circondarsi di collettivi creativi &#8211; come l\u2019ormai celebre West Coast Get Down &#8211; richiama l\u2019intelligenza relazionale di Miles, capace di elevare i suoi collaboratori a coautori dell\u2019opera.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>L&#8217;influsso di Charles Mingus si avverte nella strutturazione<\/strong> delle grandi formazioni, nell&#8217;alternanza tra momenti lirici e improvvisi scoppi tellurici, nella capacit\u00e0 di far convivere tensione politica, ironia e virtuosismo collettivo. Come Mingus, Kamasi \u00e8 compositore e curatore di processi, pi\u00f9 che solista egemone. Con Charles Mingus, Washington condivide una visione orchestrale della composizione jazzistica che \u00e8, allo stesso tempo, intima e collettiva, viscerale e strutturata. L\u2019approccio monumentale di \u00abThe Epic\u00bb riecheggia le ambizioni narrative e la ricchezza polifonica dei lavori pi\u00f9 elaborati di Mingus, come \u00abThe Black Saint And The Sinner Lady\u00bb (1963). Entrambi concepiscono il jazz come una forma sinfonica afro-americana, capace di raccontare la storia di un popolo, i suoi dolori e le sue rivolte. In Mingus, l\u2019espressione dell\u2019alterit\u00e0 nera passa attraverso strutture complesse, fratture ritmiche, dissonanze controllate e gesti teatrali. Washington riprende questa tensione drammatica, traducendola in una lingua pi\u00f9 accessibile ma non meno potente: le sue composizioni costruiscono paesaggi sonori dove la spiritualit\u00e0 si intreccia alla denuncia sociale, dove l\u2019arrangiamento \u00e8 uno strumento di affermazione culturale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Ancor pi\u00f9 profonda \u00e8 la consonanza con Pharoah Sanders<\/strong>. Il sax tenore si fa medium sciamanico, capace di evocare dimensioni rituali e ancestrali. In entrambi, il suono \u00e8 corpo e preghiera, ferita e guarigione. L&#8217;uso di scale orientali, canti liturgici, preghiere in<em> ge&#8217;ez<\/em> e tessiture percussive rimanda a una visione della musica come spazio sacro, come luogo di rigenerazione dell&#8217;identit\u00e0 diasporica. La visione afro-futurista di Sun Ra trova eco nella cosmologia sonora di Washington. Senza adottarne l&#8217;estetica surrealista o teatrale, Kamasi ne condivide per\u00f2 la filosofia: la musica come viaggio siderale, la performance come rito di liberazione, il jazz come <em>sonic fiction<\/em>. L&#8217;universo simbolico evocato da \u00abThe Epic\u00bb o \u00abHeaven And Earth\u00bb non \u00e8 meno cosmico, anche se mediato da forme orchestrali pi\u00f9 canoniche. Washington non si limita a citare o ad omaggiare le grandi voci del jazz postbellico. Egli ne rielabora i codici attraverso una pratica di sintesi culturale che incorpora estetiche hip-hop, spiritualit\u00e0 etiopica, orchestrazione hollywoodiana, black-consciousness e cosmopolitismo diasporico. In un&#8217;epoca frammentaria e post-genere, la sua musica si propone come forma di resistenza ed appartenenza, nonch\u00e9 come teologia sonora dell&#8217;interconnessione. Non un erede, ma un cartografo sonoro del presente, in grado di trasformare il passato in una materia viva e polifonica, aperta alla sperimentazione e alla memoria condivisa. Il sassofonista di Los Angeles non si limita, dunque, a rievocare il passato: lo interroga da una prospettiva radicalmente contemporanea, innestando nel linguaggio jazzistico elementi tratti dalla black music urbana, dal funk all\u2019hip-hop, dalla spoken word alla beat culture, che riflettono la realt\u00e0 sociale e culturale del XXI secolo. In questo senso, la sua attivit\u00e0 si colloca pienamente nella traiettoria tracciata da artisti come Herbie Hancock nei loro momenti pi\u00f9 innovativi, ossia quando il jazz si \u00e8 aperto alle contaminazioni come gesto necessario di sopravvivenza e trasformazione. Washington, dunque, si fa portavoce di una tradizione che non si chiude su se stessa ma si rinnova, mantenendo viva la vocazione utopica del jazz come linguaggio della libert\u00e0. Se Coltrane aveva affermato che \u00abl<em>a musica \u00e8 la mia via per parlare con Dio<\/em>\u00bb, Washington sembra rispondere ampliando quel dialogo: non pi\u00f9 solo con il divino, ma anche con la storia, con la comunit\u00e0, con il corpo e con il futuro.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"803\" height=\"960\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Kamasi2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-11592\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Kamasi2.jpg 803w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Kamasi2-251x300.jpg 251w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Kamasi2-768x918.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 803px) 100vw, 803px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il Black Arts Movement (BAM), nato negli anni Sessanta<\/strong> come espressione culturale e politica del Black Power, ha rappresentato un momento cruciale nella definizione di un\u2019estetica nera autonoma, radicale e profondamente impegnata. Artisti come Amiri Baraka, Sonia Sanchez, e musicisti come Charles Mingus e Archie Shepp, promossero una produzione artistica che non era mero intrattenimento, ma strumento di liberazione politica, affermazione identitaria e denuncia sociale. Kamasi Washington, pur operando in un contesto temporale distante, pu\u00f2 essere interpretato come una figura che prosegue e riformula l\u2019eredit\u00e0 del BAM in una chiave contemporanea, ibridando quella radicalit\u00e0 con un linguaggio aperto e inclusivo. La sua musica, come quella del movimento degli anni Sessanta, assume una funzione di attivismo culturale, veicolando messaggi di resistenza, comunit\u00e0 e rinascita spirituale. Non a caso, la sua opera complessiva si radica profondamente nella tradizione afro-americana, affrontando temi quali l\u2019identit\u00e0 nera, la memoria collettiva, la lotta contro le oppressioni sistemiche e la celebrazione della resilienza. In particolare, Washington recupera la visione del BAM di un\u2019arte \u00abtotalizzante\u00bb, che coinvolge non solo la musica, ma anche la dimensione sociale, politica e spirituale dell\u2019esistenza nera. Il suo lavoro si inscrive in una genealogia che vede il jazz come veicolo di coscienza critica e di trasformazione sociale, in continuit\u00e0 con la visione di artisti del movimento che vedevano la musica come una forma di \u00abresistenza sonora\u00bb. Kamasi differisce dal BAM originale per la modalit\u00e0 di espressione e per l\u2019approccio inclusivo e intergenerazionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Mentre il Black Arts Movement spesso privilegiava<\/strong> una retorica militante e militante, Washington introduce nella sua musica una dimensione di apertura, dialogo e fusione di generi, che riflette la complessit\u00e0 della cultura nera contemporanea. La sua collaborazione con artisti di hip-hop, la sua attenzione al concetto di \u00abmovimento\u00bb e trasformazione personale, cos\u00ec come l\u2019uso di linguaggi spirituali universali, segnalano una rielaborazione e ampliamento dell\u2019eredit\u00e0 del BAM verso una dimensione pi\u00f9 fluida e interdisciplinare. In questo senso, Kamasi rappresenta una sorta di ponte culturale, che collega la radicalit\u00e0 degli anni Sessanta con le esperienze artistiche e sociali del ventunesimo secolo, incarnando una visione del jazz come spazio di riflessione politica e spirituale, ma anche di guarigione e celebrazione della vita nera in tutte le sue sfaccettature. Il corpulento tenorista non incarna, dunque, la figura di un epigono, ma di un erede trasformatore. Mingus gli offre il modello della narrazione orchestrale della blackness, Coleman l\u2019impulso alla disarticolazione del canone e alla creazione di spazi di libert\u00e0 sonora, Davis la strategia della mutazione continua, dell\u2019ibridazione e del superamento delle barriere di genere. In lui, queste tre linee genealogiche non si sommano, ma si fondono in un\u2019estetica nuova, figlia della diaspora ma figlia anche della contemporaneit\u00e0 urbana, digitale, transmediale. Washington non imita il passato: lo reinventa, lo fa vibrare nel presente e lo proietta in un futuro possibile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Washington non si limita a citare o ad omaggiare le grandi voci del jazz post-bellico&#8230;.<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":11591,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[24,410,9,26,563,15,2,3,500,8],"tags":[823,70,639,81,218,49,194,40,1099,270,55,71],"class_list":["post-11590","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-african-american","category-black-amercan-music","category-cultura","category-editoriale","category-free-jazz","category-funk","category-jazz","category-musica","category-post-bop","category-storia-del-jazz","tag-bam","tag-bebop","tag-black-american-music","tag-blues","tag-free-jazz-2","tag-fusion","tag-hard-bop","tag-jazz","tag-kamasi-washington","tag-post-bop-2","tag-post-bop","tag-swing"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/07\/Kamasi1-e1752698052135.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11590","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=11590"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11590\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":11593,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11590\/revisions\/11593"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/11591"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=11590"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=11590"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=11590"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}