{"id":11319,"date":"2025-08-04T09:01:00","date_gmt":"2025-08-04T07:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=11319"},"modified":"2025-08-04T09:07:57","modified_gmt":"2025-08-04T07:07:57","slug":"karlheinz-stockhausen-unopera-unica-di-autoperfezionamento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2025\/08\/04\/karlheinz-stockhausen-unopera-unica-di-autoperfezionamento\/","title":{"rendered":"Karlheinz Stockhausen. Un\u2019opera unica di autoperfezionamento"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong><em>&#8230;ha ragione Stockhausen quando afferma che la musica elettronica d\u00e0 il meglio di s\u00e9 quando suona come musica elettronica, cio\u00e8 quando comprende, per quanto possibile, solo suoni e combinazioni sonore unici e liberi da associazioni&#8230;<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Guido Michelone \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">C\u2019\u00e8 un momento nelle vicende pubbliche di questo grandissimo musicista, forse il pi\u00f9 emblematico nella classica contemporanea del secondo Novecento, in cui la sua popolarit\u00e0 si estende dalle \u00e9lites intellettuali a una massa giovanile alternativa e fa di Karlheinz Stockhausen quasi una rock star. Le ragioni di questo successo risultano molteplici gi\u00e0 lungo gli anni Sessanta, quando diversi esponenti della musica via via beat, psichedelica, prog, fusion lo citano quale fonte ispiratrice: si va da Frank Zappa a Miles Davis fino di recente a Bj\u00f6rk; e si racconta che nell\u2019estate del 1966, poco prima di entrare in studio per <em>Sgt. Pepper\u2019s Lonely Hearts Club Band<\/em> il Beatles Paul McCartney segua in incognito un corso del Maestro: si tratta di una notizia mai smentita n\u00e9 confermata, ma in cui non vi \u00e8 nulla di strano in un\u2019epoca di massima effervescenza culturale, quando pi\u00f9 o meno in contemporanea un altro \u2018scarafaggio\u2019, John Lennon, si fa sedurre (anche sentimentalmente) da un\u2019artista del gruppo oltranzista Fluxus, Y\u014dko Ono. Miles ad esempio \u2013 e come lui tanti altri jazzisti \u2013 afferma che la metamorfosi verso ci\u00f2 che poi sar\u00e0 chiamata fusion avviene ascoltando non solo i dischi James Brown, Sly Stone, Jimi Hendrix, ma soprattutto quelli di Stockhausen.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Da parte sua, Stockhausen non entra in contatto con il sound giovanile<\/strong>, a differenza di alcuni colleghi, da Pierre Henry \u2013 cofirmatario di un disco della band Spooky Tooth \u2013 a Luciano Berio \u2013 intrecciante un fitto carteggio con Jerry Garcia (leader e chitarrista dei Grateful Dead) o incoraggiante la moglie Cathy Berberian a interpretare alcune song proprio dei Beatles da lui stesso arrangiate \u2013. Karlheinz si limita ad ascoltare il free jazz di Cecil Taylor, magari per ricordarsi di certi amori musicali giovanili: c\u2019\u00e8 infatti un filmato, per\u00f2 recente, in cui Stockhausen a un pianoforte verticale improvvisa un velocissimo boogie-woogie; forse non \u00e8 un caso che la passione per il sound afroamericano prevalga nel figlio Markus (classe 1957, dunque adolescente quando certi rocker \u2018tifano\u2019 per il padre), oggi tra i pi\u00f9 valenti trombettisti europei. A differenza di molti \u2018compagni di strada\u2019 \u2013 quelli della scuola di Darmstadt come Bruno Maderna, Pierre Boulez, Henri Pousseur e lo stesso Berio, con i quali resta in rapporti cordiali \u2013 Stockhausen proprio alla fine degli anni Sessanta cambia via via look, atteggiamento, interessi, politica, allontanandosi per alcuni versi, in questi quattro ambiti, dagli amici\/colleghi dell\u2019elettronica, che mantengono gli abiti borghesi (oppure il jeans proletario), conducono orchestre in repertori ultraclassici, tornano a usare gli strumenti tradizionali occidentali e assumono una vis polemica verso l\u2019establishment, attratti dal Sessantotto contestatario di studenti e operai.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Karlheinz, al contrario, si pettina e si veste come i giovani hippies,<\/strong> tra capelli lunghi e giacche orientaleggianti; rifiuta il passato musicale arrivando al massimo a dirigere se stesso con piccoli ensemble; lavora sui ritrovati tecnologici e al contempo su strumentazioni etniche tribali; assume e accentua una posizione filosofica e spirituale (insita in lui da sempre) con un occhio di riguardo verso l\u2019Oriente, senza quindi manifestare un impegno a sinistra \u2013 come del resto accade a una grossa fetta dei movimenti giovanili, soprattutto con un misticismo hippy \u2013 e cos\u00ec attirandosi le ire dei musicisti impegnati, ossia ideologicamente prossimi al marxismo-leninismo, come in primis l\u2019inglese Cornelius Cardew (1936-1981) che, da assistente del Maestro nel 1957, ne diventa acerrimo nemico al punto da scrivere nel 1974 il libello <em>Stockhausen al servizio dell\u2019imperialismo<\/em>, tradotto in Italia, due anni dopo, da un giovanissimo Alessandro Melchiorre. A mezzo secolo di distanza dal feroce attacco sul finire del 2024, dopo l\u2019assurdo oblio post mortem anche nel nostro Paese si torna a parlare di Stockhausen, grazie alle milanesi edizioni ShaKe, con il volume <em>Testi sulla musica elettronica e strumentale <\/em>(in terza pagina l\u2019ulteriore sottotitolo esplicativo <em>1952-1962 \u2013 Saggi sulla teoria della composizione<\/em>); e in copertina campeggia, grazie a una grafica bellissima, l\u2019autore, Karlheinz Stockhausen. S\u00ec, proprio lui, il musicista tedesco nato a Kerpen il 22 agosto 1928 e morto a K\u00fcrten il 5 dicembre 2007, universalmente riconosciuto da critici, musicologi, colleghi e intellettuali, tranne qualche rarissima eccezione, tra i compositori pi\u00f9 all\u2019avanguardia dell\u2019intero Novecento, grazie al pionieristico lavoro sulla musica elettronica, sull\u2019alea nella composizione seriale, sulla musica intuitiva e sulla spazializzazione del linguaggio sonoro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Il testo, curato da Massimiano Viel e tradotto da Irina Scelsi<\/strong>, risulta subito un documento essenziale onde capire la breve e rapida escalation dell\u2019Elektronische Musik e, pi\u00f9 estesamente, la ricerca post-weberniana attorno alla cosiddetta Scuola di Darmstadt, con Luciano Berio, Pierre Boulez, Bruno Maderna, Henri Pousseur, Luigi Nono. Si tratta del primo di una serie di otto volumi gi\u00e0 pubblicati (postumi) in Germania, che vanno a costituire un\u2019enorme riflessione teorica, critica ed estetica dell\u2019artista, condotta in parallelo a \u2013 e anche come sbocco di \u2013 un\u2019altrettanto intensa attivit\u00e0 creativa (quasi tutta edita su spartiti, dischi, video). Questo primo blocco di scritti corrisponde al periodo in cui si sviluppa appieno proprio il linguaggio sonoro elettronico, via via inteso quale prassi rivoluzionaria per cambiare utopisticamente non solo la storia della musica, ma anche il cammino dell\u2019intera umanit\u00e0.Nel testo perci\u00f2 si leggono capitoli riguardanti il lucido pensiero dell\u2019autore via via sui fondamenti della musica elettronica, sulla spazializzazione del suono, sulla scrittura musicale, sulla percezione e sull\u2019analisi di musiche del passato, con precipui riferimenti ad Anton Webern e persino a Claude Debussy, riletti per valorizzare le nuove invenzioni del primo e l\u2019afflato modernista del secondo. Nel libro c\u2019\u00e8 pure spazio per gli interrogativi, con immediate risposte, che connotano la poetica di un compositore sui generis, in grado di influenzare l\u2019intero panorama artistico e di incuriosire persino gli esponenti e il pubblico del jazz pi\u00f9 avanzato (il testo viene tradotto in inglese fin dagli anni Sessanta). E, unitamente alla critica degli autori a lui contemporanei, Stockhausen affronta altres\u00ec i temi della composizione strumentale ed elettronica, della notazione, della spazializzazione e di una teoria generale della forma che sono in seguito sviluppati in opere come <em>Kontakte<\/em>, <em>Gruppen<\/em> e <em>Momente<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Testi sulla musica elettronica e strumentale<\/strong><\/em><strong> diventa subito oggetto di recensioni <\/strong>entusiastiche a partire da Carlo Maria Cella, il quale su \u00abCult Week\u00bb scrive: \u201cIl volume della ShaKe riempie una lacuna bibliografica italiana: nei pur impegnativi saggi di Stockhausen si ritrovano le chiavi per capire a fondo un compositore che, discusso e perfino detestato in vita, ha conquistato dopo la sua morte (2007) lo status di creatore fra i pi\u00f9 liberi e \u2018universali\u2019 della modernit\u00e0\u201d. Andrea Bisicchia su \u00abla Libert\u00e0\u00bb analogamente commenta: \u201cConsidero il volume edito da ShaKe una opportunit\u00e0 per ritornare a riflettere su cosa sia un\u2019opera d\u2019arte al di fuori dei canoni tradizionali, di come possano esprimersi i suoni autonomamente, di come, la creativit\u00e0, appartenga al nostro mondo interiore, di come il destino dell\u2019umanit\u00e0 dipenda dalla sua attivit\u00e0 creativa e dalla sua capacit\u00e0 di far coincidere il \u2018sentire\u2019 con l\u2019essere\u201d. Forse per\u00f2 l\u2019analisi pi\u00f9 riuscita \u00e8 quella di Oreste Bossini per \u00abil manifesto\u00bb: \u201cCosa rende \u2013 a distanza di sei, sette decenni \u2013 questi scritti del primo Stockhausen cos\u00ec interessanti? Per esempio il fatto che, a partire da <em>Kreuzspiel<\/em>, composto nel 1951, la sua produzione musicale sia sempre stata diligentemente affiancata da una riflessione teorica, che ha trovato la sua espressione pi\u00f9 compiuta nella rivista \u00abdie Reihe\u00bb (La serie), da lui curata insieme al fondatore, nel 1955, Herbert Eimert, compositore e musicologo della vecchia avanguardia, che dopo la guerra era stato chiamato a riorganizzare la radio di Colonia, e in questa veste ne aveva convinto i dirigenti a allestire nel 1951 uno Studio di musica elettronica, destinato a diventare la roccaforte delle ricerche di Stockhausen, e il laboratorio di nuovi processi compositivi che nel corso degli anni Cinquanta hanno completamente trasformato il panorama musicale. Chiusa nel 1962, \u00abdie Reihe\u00bb, \u00e8 stata una sorta di cerniera tra la musica d\u2019avanguardia del primo Novecento e i giovani compositori del dopoguerra, che sembravano essere usciti dal nulla, senza radici o influenze evidenti nella generazione precedente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Insomma, questo libro finalmente rende giustizia a un grande artista \u201cdi volta in volta<\/strong> \u2013 per usare le parole di Viel \u2013 additato come kitsch, elitario, intellettuale, na\u00eff, inascoltabile, troppo semplice, antiarmonico, neotonale, nazista, esterofilo, pazzo, antiespressivo. Insomma di lui e della sua musica \u00e8 stato detto di tutto, ma questo \u00e8 il prezzo da pagare per chi decide di smettere i panni civili per diventare non semplicemente una figura pubblica, ma un simbolo, un bersaglio in piena luce, specie se, come in questo caso, si tratta di una personalit\u00e0 complessa e non facilmente riducibile a un solo semplice stereotipo di massa e che \u00e8 quindi perfettamente adattabile alle necessit\u00e0 di chiunque voglia costruire una propria identit\u00e0\u201d. Per concludere, ha ragione Stockhausen quando afferma che \u201cLa musica elettronica d\u00e0 il meglio di s\u00e9 quando suona come musica elettronica, cio\u00e8 quando comprende, per quanto possibile, solo suoni e combinazioni sonore unici e liberi da associazioni, che insomma ci facciano pensare di non averli mai uditi prima [&#8230;] L\u2019umanit\u00e0, in tutta la sua diversit\u00e0, sta lavorando a un\u2019opera unica di autoperfezionamento. Ogni invenzione, ogni sforzo della creativit\u00e0 vi contribuisce, purch\u00e9 nasca dall\u2019amore e venga svolto con la cura di una persona che ama\u201d.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"900\" height=\"626\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Stockhausen_01.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-11323\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Stockhausen_01.jpg 900w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Stockhausen_01-300x209.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Stockhausen_01-768x534.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em><strong>Karlheinz Stockhausen<\/strong><\/em><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8230;ha ragione Stockhausen quando afferma che la musica elettronica d\u00e0 il meglio di s\u00e9 quando&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":11321,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[9,843,2,3,14,924,17,8,13],"tags":[],"class_list":["post-11319","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-elettro-beat","category-jazz","category-musica","category-musica-classica","category-musica-dautore","category-rock","category-storia-del-jazz","category-world-music"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Stockhausen_1994_-e1750975080953.jpg","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11319","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/3"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=11319"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11319\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":11812,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11319\/revisions\/11812"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/11321"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=11319"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=11319"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=11319"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}