{"id":11263,"date":"2025-06-24T22:15:41","date_gmt":"2025-06-24T20:15:41","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=11263"},"modified":"2025-06-24T23:05:38","modified_gmt":"2025-06-24T21:05:38","slug":"francesco-de-gregori-il-trucco-e-la-verita-anatomia-di-rimmel-cinquantanni-dopo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2025\/06\/24\/francesco-de-gregori-il-trucco-e-la-verita-anatomia-di-rimmel-cinquantanni-dopo\/","title":{"rendered":"Francesco De Gregori, il trucco e la verit\u00e0: anatomia di \u00abRimmel\u00bb cinquant\u2019anni dopo"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Oggi <\/strong><strong>\u00ab<\/strong><strong>Rimmel<\/strong><strong>\u00bb<\/strong><strong> non \u00e8 solo un disco: \u00e8 un classico. Ma \u00e8 soprattutto una forma aperta, capace di parlare ancora, diversamente, a ogni ascoltatore. La sua modernit\u00e0 non \u00e8 nelle parole che usa, ma in quelle che sottrae<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Nel gennaio del 1975, mentre l\u2019Italia era attraversata da tensioni ideologiche e promesse irrisolte, Francesco De Gregori registrava in solitudine un disco che avrebbe cambiato per sempre la canzone d\u2019autore: \u00abRimmel\u00bb. Cinquant\u2019anni dopo, quel lavoro resta un punto fermo nella narrazione musicale e civile del Paese. La domanda sorge spontanea: \u00ab<em>Ma cosa rimane oggi tra le sue pagine, chiare e scure?<\/em>\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Lo Studio A della RCA, lungo la Tiburtina<\/strong>, diventa rifugio silenzioso. De Gregori incide tutto da solo, senza testimoni, senza commenti. Una scelta estetica, quasi monastica. Il risultato? Nove canzoni, ventinove minuti, e la trasformazione di un cantautore promettente in simbolo di una nuova stagione espressiva. \u00abRimmel\u00bb rimane in classifica per sessanta settimane, vendendo oltre mezzo milione di copie. Mezzo secolo dopo, \u00e8 evidente quanto \u00abRimmel\u00bb abbia incarnato una svolta epocale. La critica ideologizzata dell\u2019epoca, come quella di Giaime Pintor, si mostra oggi datata, \u00ab<em>ultimo spasmo della critica post-sessantottina<\/em>\u00bb. Al contrario, il disco di De Gregori era gi\u00e0 allora un oggetto moderno, postmoderno, innovativo, introducendo per la prima volta nella canzone italiana il concetto di trasfigurazione: piccoli film senza trama lineare, che risuonano in un \u00abenigmatico altrove\u00bb. De Gregori scrive canzoni d\u2019amore senza le parole dell\u2019amore, con una lingua spregiudicata e una metrica visionaria. \u00c8 una sintesi personalissima tra Dylan ed Elton John, segnando la definitiva mutazione del \u00abmenestrello del Folkstudio\u00bb in Principe.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>\u00c8 nella title track che questa disillusione lirica si fa manifesto<\/strong>. \u00abRimmel\u00bb \u00e8 un commiato stracciato e consapevole, che rifiuta il sentimentalismo per rifugiarsi nella cronaca interiore. Non c&#8217;\u00e8 consolazione, solo sarcasmo e immagini affilate: la \u00ab<em>dolce venere di rimmel<\/em>\u00bb, il collo di pelliccia, il trucco che incornicia la vanit\u00e0. La voce narra un addio attraverso frammenti, come fotogrammi sfocati, e la musica &#8211; tra Hammond e chitarre acustiche &#8211; avvolge tutto in un folk notturno alla Dylan. E poi \u00abBuonanotte Fiorellino\u00bb, dolce in apparenza, ma intrisa di malinconia. Dietro il valzer musette si nasconde un\u2019altra fine, ancora una volta raccontata per sottrazione, per immagini dissonanti. Una delle canzoni pi\u00f9 fraintese di De Gregori, che il cantautore continuer\u00e0 a reinterpretare in mille modi, come per liberarsene e possederla al contempo. La critica dell\u2019epoca non comprende. \u00abBuonanotte Fiorellino\u00bb \u00e8 accusata di sdolcinatezza, \u00abRimmel\u00bb di disimpegno. Ma quella apparente leggerezza \u00e8, in verit\u00e0, una scelta politica: resistere alla retorica militante con la forza del linguaggio poetico. De Gregori rifiuta la militanza imposta, e proprio per questo sar\u00e0 processato dal pubblico. Il 2 aprile 1976, al Palalido di Milano, il pubblico lo accusa: \u00ab<em>Quanto hai preso stasera?<\/em>\u00bb. L\u2019artista, spiazzato, risponde sussurrando. Seguiranno anni di silenzio, un addio alle scene, ma da quel trauma nascer\u00e0 il mito. \u00abRimmel\u00bb, nel frattempo, continua a vivere, a ispirare, mentre De Gregori diventa il simbolo di una canzone civile che non ha bisogno di slogan.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>RIMMEL, SOLCO PER SOLCO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">\u00abRimmel\u00bb \u00e8 la canzone-titolo, manifesto e labirinto. L\u2019incipit \u00e8 gi\u00e0 aforisma nazionale: \u00ab<em>E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure<\/em>\u00bb. Ma quello che segue non \u00e8 un diario, \u00e8 un mosaico. Il lessico dell\u2019abbandono \u00e8 riscritto attraverso metafore di truffa e sortilegio: \u00ab<em>Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente, ma uno zingaro \u00e8 un trucco<\/em>\u00bb. Testo ellittico, volutamente non narrativo. La musica \u00e8 costruita su un tappeto pianistico dylaniano, armonicamente fluttuante. Chitarre acustiche, Hammond e cori femminili sostengono un canto lirico ma affilato, immerso in un folk chiaroscurale. \u00abPezzi di vetro\u00bb \u00e8 un brano di scomposizione e trauma. Le immagini &#8211; il vetro, l\u2019insonnia, i demoni notturni &#8211; si susseguono senza linearit\u00e0, in un flusso simbolista. \u00c8 forse il pezzo pi\u00f9 ermetico del disco, riflesso di un soggetto fratturato. L\u2019accompagnamento musicale rispecchia questa precariet\u00e0: arpeggi di chitarra in fingerpicking, ritmica assente, vocalit\u00e0 trattenuta. Non c\u2019\u00e8 sviluppo melodico tradizionale, ma un lento collasso emotivo. In \u00abBuonanotte fiorellino\u00bb, Dietro l\u2019aspetto da ninnananna da Baci Perugina, si cela un racconto amarissimo, una ballata notturna segnata da nostalgia e straniamento. Il lessico infantile (\u00abmonetina\u00bb, \u00abuccellini\u00bb, \u00abfiorellino\u00bb) convive con immagini di abbandono e ineluttabilit\u00e0. Il valzer \u00e8 quello del disinganno. Ispirata a \u00abWinterlude\u00bb di Dylan, la ballata \u00e8 costruita su tre quarti morbidi, con fisarmonica e piano, tonalit\u00e0 pastello e ombre improvvise. Una tra le canzoni pi\u00f9 fraintese della sua carriera: apparentemente \u00ableggera\u00bb, ma dolente in profondit\u00e0. Dylan \u00e8 presente come ombra ispiratrice, ma il tocco \u00e8 tutto italiano, elegante e anti-retorico. \u00abPablo\u00bb rappresenta una cronaca civile. Scritto con Lucio Dalla, il testo \u00e8 asciutto e commosso, e racconta il destino di un emigrato spagnolo morto sul lavoro in Svizzera. Non c\u2019\u00e8 retorica, ma empatia narrativa. La musica accompagna la marcia del destino con impianto folk, ritmo costante, accenti acustici. La voce \u00e8 piana, quasi narrante, al servizio del racconto. Qui De Gregori rinuncia all\u2019allusione: si fa cronista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>\u00abLe storie di ieri\u00bb \u00e8 una riflessione storica sul fascismo <\/strong>e sull\u2019Italia post-bellica, con domande implicite sull\u2019eredit\u00e0 politica e morale. Scritta per De Andr\u00e9, \u00e8 il brano pi\u00f9 didattico del disco, ma anche il pi\u00f9 ambiguo: \u00ab<em>La storia non si fa con i se\u2026<\/em>\u00bb \u00e8 monito e resa. L&#8217;arrangiamento \u00e8 sobrio, quasi cameristico: il testo guida la composizione, la voce \u00e8 ferma. Nella versione di De Gregori il brano si carica di una gravit\u00e0 trattenuta, quasi esegetica. \u00abPiccola mela\u00bb si sostanzia come una commovente epifania affettiva, dedicata forse ad una figlia, forse a un amore ideale. Il testo \u00e8 fatto di tenerezza e di pudore. Nessuna dichiarazione esplicita, solo immagini di protezione, stupore, vicinanza. Musicalmente, la canzone si veste di armonie leggere, quasi sussurrate. Il canto sfiora il recitativo, accompagnato da chitarre leggere e qualche tocco pianistico. La poesia del non detto. \u00abPiano bar\u00bb \u00e8 il ritratto ironico e malinconico di una deriva sentimentale. Il bar non \u00e8 luogo di evasione, ma prigione della ripetizione. Una dedica criptica (forse a Venditti), ma soprattutto un autoritratto generazionale. L\u2019arrangiamento \u00e8 raffinato: il piano guida l\u2019andatura, i fiati sono accennati, la voce si muove disillusa. Jazzata e crepuscolare, \u00e8 la canzone pi\u00f9 \u00abcinematografica\u00bb del lotto. \u00abIl signor Hood\u00bb si basa su un&#8217;allegoria ribelle ed irriverente, una satira politica in forma di ballata medievale. Dedicata a Marco Pannella, gioca con l\u2019epica popolare per raccontare l\u2019assurdit\u00e0 delle istituzioni. Robin Hood diventa un antieroe grottesco, e la fiaba si trasforma in critica sociale. Il testo \u00e8 provocatorio e surreale, una parabola \u00abanti-autoritaria\u00bb mascherata da filastrocca. Struttura marciante, ritmo sostenuto, strumenti acustici e voce da cantastorie. Un divertissement amaro, quasi da cabaret anarchico. \u00abQuattro cani\u00bb suggella l&#8217;album in maniera onirica e disarmante. Quattro cani che vagano diventano emblemi di libert\u00e0 solitaria, marginalit\u00e0, sopravvivenza. \u00c8 un epilogo leggero in apparenza, ma profondamente poetico. Musica ciclica, asciutta, con un groove sottile e armonie semplici. Una parabola finale in forma di filastrocca per adulti che si chiude con un sorriso venato d\u2019inquietudine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Oggi Rimmel non \u00e8 solo un disco: \u00e8 un classico.<\/strong> Ma \u00e8 soprattutto una forma aperta, capace di parlare ancora, diversamente, ad ogni ascoltatore. La sua modernit\u00e0 non \u00e8 nelle parole che usa, ma in quelle che sottrae. \u00c8 il racconto di un\u2019epoca che non voleva essere raccontata, e proprio per questo continua a raccontarci qualcosa di nuovo.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"538\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/GettyImages-de-gregori-1024x538.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-11267\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/GettyImages-de-gregori-1024x538.jpg 1024w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/GettyImages-de-gregori-300x158.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/GettyImages-de-gregori-768x403.jpg 768w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/GettyImages-de-gregori.jpg 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em><strong>Francesco De Gregori<\/strong><\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oggi \u00abRimmel\u00bb non \u00e8 solo un disco: \u00e8 un classico. 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