{"id":10325,"date":"2025-05-08T21:04:36","date_gmt":"2025-05-08T19:04:36","guid":{"rendered":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/?p=10325"},"modified":"2025-05-08T21:08:26","modified_gmt":"2025-05-08T19:08:26","slug":"oggi-massimo-urbani-avrebbe-compiuto-68-anni-lo-ricordiamo-attraverso-una-delle-sue-opere-piu-riuscite","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/2025\/05\/08\/oggi-massimo-urbani-avrebbe-compiuto-68-anni-lo-ricordiamo-attraverso-una-delle-sue-opere-piu-riuscite\/","title":{"rendered":"Oggi, Massimo Urbani avrebbe compiuto 68 anni. Lo ricordiamo attraverso una delle sue opere pi\u00f9 riuscite"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>Di certo, tutti i dischi di Massimo Urbani sono alimentati da un anelito di libert\u00e0 espressiva, incontenibile ed insofferente alle regole, ma egli dimostra la capacit\u00e0 di restituire al mondo i classici, ne modifica la durata delle note del chorus di base con quella naturale attitudine a reinventarne il vissuto precedente ed aggiungere fermenti vivi a tutto ci\u00f2 che reinterpretava.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em><strong>\/\/ di Francesco Cataldo Verrina \/\/<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\">Morire a 35 anni lasciando un vuoto profondo ma, al contempo diventando un leggenda. Si proprio 35 anni, quel dato anagrafico che per un insolito e beffardo gioco del fato, lega ancor di pi\u00f9 Massimo Urbani al suo idolo Charlie Parker, cui lo accomunava, al netto della distanza geo-spazio-temporale, una vita vissuta ad alta velocit\u00e0, lungo la quale il sax agiva da catalizzatore della rabbia e del disagio interiore che non sempre trovava nella musica il suo break-even-point, una panacea, un punto di pareggio o un pieno appagamento, mentre altri demoni ne prendevano il posto, alimentati da alcool e droghe. L\u2019approccio al jazz dell\u2019altoista romano fu precoce e naturale, quasi istintivo. Si pensi che aveva 17 anni quando diede alle stampe \u00abJazz a Confronto\u00bb. Il dato anagrafico contrastava con la tecnica e la padronanza che egli aveva dello strumento, essendo quelle di un musicista maturo e consapevole dei propri mezzi. Urbani ha sempre fatto ricorso ad un linguaggio libero, versatile, immaginifico rielaborando tutto ci\u00f2 che aveva assimilato in maniera non convenzionale e tutt\u2019altro che calligrafica o manieristica, ma soprattutto maneggiando lo strumento come pochi altri nella storia mondiale del sax contralto, quasi fosse un\u2019estensione della sua personalit\u00e0. Massimo appariva come trascinato da una forza mistica e sovrannaturale, sviluppando durante le sue performance una sorta di aura trascendentale non dissimile da quella che scaturiva dalle esibizioni di Trane.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Quando si pensa a Massimo Urbani si tende sempre a cadere nell\u2019idea<\/strong> dello stereotipo dell\u2019artista scapigliato e maudit, genio e sregolatezza. Pertanto, si dimentica troppo spesso che, al netto di ogni valutazione sulla sua breve vita, vissuta senza regole e ad alta velocit\u00e0, il sassofonista romano \u00e8 stato un musicista archetipale, unico nel panorama italiano, europeo e mondiale. Massimo Urbani avrebbe potuto essere un modello, avendo un tratto unico ed inconfondibile nel modo di suonare e di inglobare nel suo modus operandi il percorso tracciato da una lunga linea evolutiva del jazz moderno che da Charlie Parker giungeva sino a John Coltrane. A volte si insiste sul legame viscerale con il parkerismo, di cui Urbani \u00e8 stato (anche se non riconosciuto) uno pi\u00f9 convinti e dotati perpetuatori della specie Bird-Sapiens, ma la sua costruzione sonora univa i tanti punti di una pi\u00f9 complessa tavolozza espressiva e creativa. L\u2019approccio al jazz dell\u2019altoista romano fu precoce e naturale, quasi istintivo. Si pensi che aveva 17 anni quando diede alle stampe \u00abJazz a Confronto\u00bb. Il dato anagrafico contrastava con la tecnica e la padronanza che egli aveva dello strumento, essendo quelle di un musicista maturo e consapevole dei propri mezzi. Urbani ha sempre fatto ricorso ad un linguaggio libero, versatile, immaginifico rielaborando tutto ci\u00f2 che aveva assimilato in maniera non convenzionale e tutt\u2019altro che calligrafica o manieristica, ma soprattutto maneggiando lo strumento come pochi altri nella storia mondiale del sax contralto, quasi fosse un\u2019estensione della sua personalit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Massimo appariva come trascinato da una forza mistica e sovrannaturale<\/strong>, sviluppando durante le sue performance una sorta di aura trascendentale non dissimile da quella che scaturiva dalle esibizioni di Trane, altro punto di riferimento del sassofonista romano. Emblematico e profetico il titolo dell\u2019album \u00abDedications To Albert Ayler &amp; John Coltrane \/ Max\u2019s Mood\u00bb, realizzato nel 1980 per la Red Records. Urbani aveva solo ventitr\u00e9 anni, ma sigl\u00f2 uno dei capolavori del jazz europeo e, certamente, uno degli album pi\u00f9 riusciti della sua breve carriera, accompagnato al sax alto da un validissimo line-up: Luigi Bonafede al piano, Furio Di Castri al basso e Paolo Pellegatti alla batteria. I quattro sodali si muovono in maniera agile e sinergica tra le pieghe di un repertorio alquanto variegato. Non \u00e8 un disco free-form, Urbani non perde mai il centro tonale, non usa un fraseggio eterodosso e non insegue la dissonanza a tutti costi, ma il mood \u00e8 dinamico e passionale come quello di un disco a met\u00e0 strada tra il bebop integralista di Parker ed il Coltrane modale di \u00abGiant Steps\u00bb, mentre di Albert Ayler c\u2019\u00e8 solo l\u2019uso funambolico e spettacolare che questi faceva del sassofono, ma pi\u00f9 in senso fisico che sonoro. Di certo, tutti i dischi di Massimo Urbani sono alimentati da un anelito di libert\u00e0 espressiva, incontenibile ed insofferente alle regole, ma egli dimostra la capacit\u00e0 di restituire al mondo un classico come \u00abSoul Eyes\u00bb di Mal Waldron in maniera poetica e con la struggente grazia di un crooner; per contro modifica la durata delle note del chorus di base con quella naturale attitudine a reinventarne il vissuto precedente ed aggiungere fermenti vivi a tutto ci\u00f2 che reinterpretava. \u00abNaima\u00bb di Coltrane \u00e8 rinforzata sull\u2019ossatura di base e vagamente parkerezzata in velocit\u00e0, mentre \u00abScrapple form the Apple\u00bb di Bird, il pezzo pi\u00f9 fedele allo stile parkeriano, diventa quasi un falso d\u2019autore pi\u00f9 bello dell\u2019originale. L\u2019inusuale versione di \u00abSpeak Low\u00bb, composta da Kurt Weill, certifica ulteriormente il dinamismo creativo del sassofonista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>Nei tre inediti forse \u00e8 reperibile qualche traccia di Ayler,<\/strong> specie in alcune strutture volutamente scarne ed infantili. Nell\u2019opener, \u00abDedications\u00bb, da lui firmata, il sassofonista diventa perforante e corrosivo come un Phil Woods che ha divorato la kryptonite, distillando complesse trame di note e di accordi sotto libert\u00e0 vigilata e senza mai imboccare il vicolo cieco dell\u2019incongruenza tonale. Anche \u00abMax\u2019s Mood\u00bb, composta da Urbani, \u00e8 impostata su un costrutto ritmico-armonico capace di lasciare molto spazio all\u2019improvvisazione, dove i temi melodici diventano un pretesto per liberare i freni inibitori della creativit\u00e0 del contraltista, mentre l\u2019assolo di batteria si trasforma in un piccolo capolavoro di arte percussiva. \u00abL\u2019Amore\u00bb di Luigi Bonafede si basa su una cifra compositiva pi\u00f9 articolata, ariosa e dinamica, pi\u00f9 vicina al post-bop coltraniano, dove il pianista autore, imbracciate le armi di un novello McCoy Tyner, con la correit\u00e0 di Furio Di Castri armato di basso ad arco, prepara la pista di atterraggio per un dirompente Massimo Urbani dotato di un potente reattore, che modula e s\u2019inerpica in verticale legando ed intrecciando le note come Trane, ma urlando pi\u00f9 di Pharoah Sanders. Eccellente il lavoro del batterista, Paolo Pellegatti, che non bada a spese, aggredendo costantemente piatti e tamburi, ma soprattutto appagando e compensando la vulcanicit\u00e0 del sassofonista leader. \u00abDedications To Albert Ayler &amp; John Coltrane &#8211; Max\u2019s Mood\u00bb evidenzia esattamente quanto lo spirito di Charlie Parker si fosse impossessato di Massimo Urbani, che mostra, altres\u00ec, di possedere la foga di John Coltrane, la corrosiva ironia di Albert Ayler, la rabbia di Pharoah Sanders, l\u2019asprezza di Jackie McLean, la potenza di Phil Woods, l\u2019irregolarit\u00e0 di Ornette Coleman, la poetica di Eric Dolphy, ma in fondo questo disco testimonia la genialit\u00e0 dell\u2019unico italiano ammesso per meriti sul campo al Pantheon delle divinit\u00e0 del jazz mondiale. Forse, chi ha scritto la storia avrebbe dovuto scriverla diversamente, ma noi siamo qui apposta, hic et nunc.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1000\" height=\"752\" src=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Urbani.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-10327\" srcset=\"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Urbani.jpg 1000w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Urbani-300x226.jpg 300w, https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Urbani-768x578.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em><strong>Massimo Urbani<\/strong><\/em><\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di certo, tutti i dischi di Massimo Urbani sono alimentati da un anelito di libert\u00e0&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":10326,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[29,25,9,26,563,22,2,3,500,6,28],"tags":[],"class_list":["post-10325","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-bebop","category-blues","category-cultura","category-editoriale","category-free-jazz","category-italian-jazz","category-jazz","category-musica","category-post-bop","category-recensione-dischi","category-swing"],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/ok_sito_massimo-urbani.webp","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/10325","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=10325"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/10325\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":10329,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/10325\/revisions\/10329"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/10326"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=10325"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=10325"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/doppiojazz.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=10325"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}